C’è un testo, pronunciato come discorso inaugurale alla vigilia di un concilio filosofico che non si tenne mai, che è diventato nei secoli il manifesto di un’epoca e, per l’iniziato che percorre la Via ermetica, la descrizione più alta e più impegnativa della condizione umana. È l’Oratio de hominis dignitate di Pico della Mirandola, scritta nel 1486, quando l’autore aveva solo ventitré anni. Pico non era un iniziatore di Tradizioni, non era un maestro spirituale nel senso ordinario. Era un genio precoce, un umanista, un filosofo che aveva tentato di conciliare tutte le Tradizioni di sapienza: Platone e Aristotele, Ermete e la Kabbalah, Tommaso e Averroè. Ma nel suo discorso sulla dignità dell’uomo, ha detto qualcosa che trascende il suo tempo e la sua disciplina, qualcosa che per l’iniziato martinista che attraversa la Sesta Soglia risuona come la descrizione più precisa della libertà che sta esercitando.
Pico immagina Dio, nel momento della creazione, che si rivolge all’essere umano. A tutte le altre creature, dice Pico, Dio ha dato una natura fissa: agli angeli la perfezione, agli animali l’istinto, ai corpi la necessità. Ma all’uomo, arrivato per ultimo nel mondo, Dio dice: “Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto tuo proprio, né alcun privilegio particolare, perché il posto, l’aspetto e i privilegi che tu scegli li ottenga e li conservi secondo il tuo desiderio e la tua decisione. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me stabilite. Tu, non costretto da alcuna limitazione, secondo il tuo arbitrio, nelle cui mani ti ho posto, definirai la tua natura.” E poi aggiunge le parole che sono diventate il sigillo di questo testo: “Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché, quasi libero e sovrano artefice di te stesso, tu possa plasmarti nella forma che avrai preferito. Potrai degradarti nelle cose inferiori, che sono le bestie; potrai rigenerarti nelle cose superiori, che sono divine.”
Per l’iniziato che attraversa la Sesta Soglia, queste parole non sono un’antica filosofia. Sono la descrizione della sua condizione. Ha già risposto al Richiamo, ha già intrapreso la Discesa, ha già riconosciuto le vesti planetarie, ha già iniziato il lavoro di purificazione e di disciplina. Ma ora, nella Sesta Soglia, si trova di fronte a una consapevolezza nuova: che nessuna forza esterna lo obbliga a continuare. Nessun destino, nessuna grazia inevitabile, nessuna predestinazione. La sua risalita non è scritta nelle stelle, non è garantita dalla tradizione, non è assicurata dal lavoro già compiuto. È una scelta. E una scelta che deve essere rinnovata ogni giorno, ogni momento, ogni volta che la tentazione di fermarsi, di tornare indietro, di accontentarsi del già fatto, si presenta.
Pico ha descritto l’essere umano come l’unica creatura che Dio ha creato senza una natura fissa. Non è angelo, non è bestia: è ciò che sceglie di essere. Questa libertà radicale non è un privilegio: è una responsabilità cosmica. Perché l’uomo non decide solo di sé stesso. La sua scelta, in virtù del principio di corrispondenza, si riverbera sui piani sottili. Quando l’uomo sceglie di degradarsi, non degrada solo sé stesso: degrada qualcosa nell’ordine dell’essere. Quando sceglie di elevarsi, non eleva solo sé stesso: partecipa all’opera di reintegrazione che attraversa l’intero cosmo.
Per l’iniziato martinista, questa è la Sesta Soglia: la soglia della libertà consapevole. Le soglie precedenti erano state, in un certo senso, preparatorie. La Prima Soglia, il Richiamo, era una chiamata che veniva da fuori, o almeno così sembrava. La Seconda Soglia, la Discesa, era un lavoro che si imponeva, una necessità che emergeva dall’incontro con l’Ombra. La Terza e la Quarta, la Rettificazione e la Disciplina, erano un lavoro su meccanismi che l’iniziato non aveva scelto, ma che gli erano stati dati. Ma con la Sesta Soglia, tutto cambia. L’iniziato non lavora più perché è spinto, non lavora più perché deve, non lavora più perché qualcosa dentro di lui lo costringe. Lavora perché sceglie. Sceglie di continuare, sceglie di elevarsi, sceglie di non accontentarsi di ciò che ha già raggiunto, sceglie di percorrere l’intera via fino alla reintegrazione.
Questa libertà, per Pico, non è un’astrazione filosofica. È la dignità stessa dell’uomo. La dignità non consiste in una natura già data, in un’essenza che l’uomo possiede. Consiste esattamente nel contrario: nel non avere una natura già data, nell’essere chiamato a costruirla, a sceglierla, a plasmarla con la propria libertà. L’uomo è degno non perché è già grande, ma perché può diventarlo. Non perché è già divino, ma perché può elevarsi fino al divino. Non perché è già reintegrato, ma perché può scegliere la via della reintegrazione.
Per l’iniziato che percorre la Via ermetica, questa intuizione è liberante. Perché fino a questo momento, il cammino ha potuto essere vissuto come un peso. Il Richiamo era una voce che non dava tregua. L’Ombra era una presenza che imponeva il confronto. I Complessi erano meccanismi che costringevano a lavorare su di sé. La Disciplina era un insieme di esercizi che sembravano imposti dall’alto. Con Pico, l’iniziato scopre che nulla di tutto questo è obbligatorio. Può fermarsi. Può dire “basta”. Può accontentarsi di ciò che ha raggiunto. Può scegliere di non salire oltre. Nessuna forza esterna lo punirà, nessun destino lo condannerà, nessun giudice lo giudicherà. Può scegliere di restare dove è. Pico è chiaro: “Potrai degradarti nelle cose inferiori, che sono le bestie; potrai rigenerarti nelle cose superiori, che sono divine.” Entrambe le possibilità sono aperte. Entrambe sono legittime, nel senso che non c’è un decreto divino che obblighi a scegliere l’una o l’altra.
E proprio in questa apertura, in questa mancanza di costrizione, l’iniziato scopre la vera natura della sua libertà. Non è una libertà che sceglie tra bene e male secondo un codice esterno. È una libertà che sceglie il proprio essere. È una libertà che decide, nel profondo, quale forma dare alla propria anima. È una libertà che, nel momento stesso in cui sceglie, si fa destino. Perché non c’è destino prima della scelta. Il destino non è scritto da nessuna parte. È ciò che l’uomo, nella sua libertà, decide di diventare.
Per l’iniziato martinista, questa è la Via del Cuore. Non è una via sentimentale, non è una via di buoni sentimenti. È la via che percorre chi ha compreso che la scelta è il fondamento di ogni autentica spiritualità. Il cuore, nella tradizione martinista, non è l’organo dell’emotività: è la sede della volontà profonda, è il luogo in cui l’uomo decide chi essere. E la Via del Cuore è il cammino di chi, dopo aver riconosciuto le vesti planetarie, dopo aver lavorato sulla purificazione e sulla disciplina, sceglie consapevolmente di risalire. Non perché deve. Non perché qualcuno glielo impone. Perché lo vuole. Perché il suo cuore, la sua volontà profonda, si riconosce nella direzione verso l’alto e la sceglie come la propria.
Pico non era martinista, non conosceva Martinez de Pasqually. Ma la sua Oratio è un testo martinista ante litteram. Perché descrive con precisione ciò che l’iniziato sperimenta quando, dopo aver attraversato le soglie inferiori, si trova di fronte al bivio decisivo: continuare o fermarsi? Salire o restare? Scegliere la reintegrazione o accontentarsi di una vita spirituale mediocre? E la risposta che Pico suggerisce — che è la risposta del Martinismo, che è la risposta di ogni autentica tradizione iniziatica — è che la scelta deve essere libera, consapevole, personale. Non può essere imposta. Non può essere subita. Non può essere il risultato di un condizionamento, di un’abitudine, di una pressione sociale. Deve essere l’espressione più profonda di ciò che l’iniziato è, di ciò che vuole essere, di ciò che sceglie di diventare.
L’iniziato che legge l’Oratio con gli occhi dell’esperienza interiore riconosce in sé stesso la figura di Adamo a cui Dio parla. Riconosce che Dio non gli ha dato una natura fissa. Riconosce che la sua natura è ciò che lui decide di fare di sé. Riconosce che la sua dignità non è un titolo di nobiltà ereditato, ma una conquista, un compito, una chiamata a costruire sé stesso. E riconosce, soprattutto, che la libertà che gli è stata data non è un permesso di fare ciò che vuole, ma la responsabilità di scegliere ciò che è.
Per questo la Sesta Soglia è la soglia della libertà e della responsabilità insieme. L’iniziato non è più un bambino spirituale che segue le regole, non è più un novizio che esegue gli esercizi, non è più un viandante che segue la mappa. È un adulto spirituale che ha compreso che la mappa non cammina da sola, che la via non si percorre da sola, che la reintegrazione non accade automaticamente. È lui che deve scegliere. È lui che deve volere. È lui che deve dire “sì” alla risalita, non una volta per tutte, ma ogni giorno, ogni momento, ogni volta che la tentazione di fermarsi si presenta.
Pico concluse la sua Oratio con un’affermazione che sembra un paradosso e che invece è la descrizione più precisa della meta: “Se faremo questo, allora saremo veramente quello che volevamo essere: nel modo che ci è stato promesso, saremo come dèi.” Non come dèi nel senso di una fusione indistinta, non come dèi nel senso di un’appropriazione della potenza divina. Come dèi nel senso di ciò che l’uomo è chiamato a diventare quando, dopo aver percorso l’intera via, dopo aver esercitato la sua libertà fino in fondo, dopo aver scelto consapevolmente la sua risalita, si ritrova finalmente a essere ciò che era in potenza fin dall’inizio. L’Anthropos che aveva dimenticato sé stesso. L’Uomo Primordiale che, attraverso la discesa e la risalita, attraverso la purificazione e la disciplina, attraverso la libertà e la responsabilità, ritrova la propria origine.
Per l’iniziato martinista che percorre la Via ermetica, Pico non è solo un filosofo da studiare. È un testimone. Testimonia che la libertà è il fondamento della reintegrazione. Testimonia che l’uomo non è schiavo del destino, non è vittima delle stelle, non è prigioniero delle vesti planetarie se non finché sceglie di esserlo. Testimonia che la dignità dell’uomo consiste proprio in questo: nel poter scegliere, nel poter decidere, nel poter diventare ciò che vuole essere. E testimonia, infine, che la scelta più alta, la scelta che realizza pienamente questa dignità, è la scelta di elevarsi, di rigenerarsi, di ascendere verso ciò che è divino.
Bibliografia per il lavoro interiore
Pico della Mirandola e la sua Oratio de hominis dignitate costituiscono il testo fondamentale per la comprensione della libertà come fondamento della reintegrazione. I testi che seguono accompagnano l’iniziato nella lettura e nella comprensione di questo capolavoro del Rinascimento ermetico.
Le edizioni italiane dell’Oratio de hominis dignitate:
- Pico della Mirandola, De hominis dignitate, a cura di Eugenio Garin (Einaudi) — L’edizione classica, curata dal maggior studioso italiano del Rinascimento. Contiene il testo latino con traduzione italiana, un’introduzione fondamentale e un ampio commento.
- Pico della Mirandola, Discorso sulla dignità dell’uomo, a cura di Giovanni Reale (Rusconi) — Un’edizione commentata con introduzione filosofica che colloca l’Oratio nel contesto del pensiero di Pico e della tradizione ermetica.
- Pico della Mirandola, Oratio. La dignità dell’uomo, a cura di Francesco Bausi (Marsilio) — Edizione moderna con introduzione e note aggiornate, particolarmente attenta al significato filosofico e iniziatico del testo.
Le opere complete di Pico della Mirandola:
- Pico della Mirandola, Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae (edizioni varie) — Le celebri Conclusiones, le novecento tesi che Pico volle discutere a Roma, e che gli valsero l’accusa di eresia. In esse si manifesta il progetto di sintesi tra Ermetismo, Kabbalah, Platonismo e Aristotelismo.
- Pico della Mirandola, Heptaplus, a cura di (Edizioni varie) — Il commento ai sette giorni della creazione, in cui Pico applica il metodo ermetico e cabalistico all’interpretazione della Genesi.
I commentari e gli approfondimenti su Pico e il Rinascimento ermetico:
- Frances A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica (Laterza) — Yates dedica ampie pagine a Pico e al suo ruolo nel Rinascimento ermetico, mostrando come la sua sintesi tra Ermetismo e Kabbalah abbia influenzato profondamente la tradizione successiva.
- Eugenio Garin, L’umanesimo italiano (Laterza) — Il classico studio di Garin sul Rinascimento, con importanti capitoli su Pico e sulla sua concezione della dignità umana.
- Giovanni Reale, La filosofia del Rinascimento (Rusconi) — Reale colloca Pico nel contesto del pensiero rinascimentale, mostrando il suo ruolo di mediatore tra diverse tradizioni di sapienza.
- Brian P. Copenhaver, The Renaissance Philosophy of Man (University of Chicago Press) — Un’antologia commentata dei testi fondamentali del Rinascimento, con ampio spazio a Pico e all’Oratio.
Per il collegamento tra Pico, Ermetismo e Martinismo:
- Ivan Corrêa, Teodiceia Psíquica – A Alquimia e transformação da alma pelo ponto de vista Martinista — Corrêa mostra come la concezione pichiana della libertà umana come fondamento della dignità sia alla base anche della dottrina martinista della reintegrazione.
- Louis-Claude de Saint-Martin, L’uomo di desiderio (Edizioni Mediterranee) — Saint-Martin sviluppa una concezione della libertà spirituale che è profondamente affine a quella di Pico: l’uomo è chiamato a scegliere la propria ascesa.
- Martinez de Pasqually, Trattato della reintegrazione degli esseri (Edizioni Mediterranee) — Il Trattato presuppone la libertà dell’uomo di scegliere il cammino di reintegrazione, una libertà che è insieme dono e responsabilità.
- Robert Amadou, Il Martinismo. Storia e introduzione a una dottrina (Edizioni Mediterranee) — Amadou dedica pagine importanti al tema della libertà nel Martinismo, mostrandone le radici nella tradizione ermetica e rinascimentale.
Per la filosofia perennis e il concetto di libertà spirituale:
- René Guénon, L’uomo e il suo divenire secondo il Vedānta (Edizioni Mediterranee) — Guénon espone la dottrina tradizionale della libertà come realizzazione dell’essere autentico, in una prospettiva che dialoga con quella di Pico.
- Seyyed Hossein Nasr, L’uomo e la natura (Edizioni Mediterranee) — Nasr esplora il ruolo dell’uomo come mediatore tra cielo e terra, una concezione che affonda le radici nella tradizione ermetica e in Pico.