I Tre Lumi: il simbolismo della luce nel Martinismo

C’è una luce che non viene dal Sole, eppure illumina più del Sole. C’è una luce che non viene dalla Luna, eppure rischiara le notti dell’anima. C’è una luce che l’iniziato impara a riconoscere nel Tempio martinista, e che gradualmente impara a riconoscere dentro di sé. Sono i Tre Lumi che illuminano l’altare, le tre candele che non sono semplici candele, le tre fiamme che non bruciano come bruciano le altre fiamme perché sono manifestazioni di qualcosa che non è materia. Sono il simbolo più alto dell’Ordine Martinista dei Cavalieri Eletti dei Coen e sono, per l’iniziato che percorre la Settima Soglia, lo specchio in cui vede riflessa la struttura della propria coscienza risvegliata.

I Tre Lumi non sono decorazioni. Non sono un ornamento del Tempio, non sono un elemento scenografico, non sono un espediente per creare atmosfera. Sono tre principi. Sono tre forze. Sono tre modalità dell’essere che, quando l’iniziato le riconosce come tali, diventano tre porte. Il Primo Lume è il Principio originario, la fonte di ogni luce, l’Uno che non è ancora divenuto molteplice, il punto prima del cerchio, il silenzio prima della parola. È la luce che non si vede perché è la condizione stessa del vedere. È ciò che i mistici chiamano la Tenebra luminosa, l’Abisso, l’Uno di Plotino, l’En Sof della Kabbalah. Non è una luce nel senso ordinario: è la luce che genera tutte le luci, il fuoco che non brucia perché è la sorgente di ogni fuoco. L’iniziato che contempla il Primo Lume non cerca di vederlo: cerca di diventare trasparente ad esso. Perché il Primo Lume non si vede: si è.

Il Secondo Lume è il Verbo mediatore. È la luce che procede dal Primo Lume e si fa intelligibile, la parola che esprime il silenzio, la forma che dà visibilità all’informe. È il Nous di cui parla il Poimandres, l’Intelletto divino che è insieme il pensiero di Dio e la luce che illumina ogni uomo. È il Logos di cui parla il Vangelo di Giovanni, la Parola che era in principio, che era presso Dio, che era Dio, e per mezzo della quale tutto è stato fatto. È la seconda ipostasi di Plotino, l’Intelletto che contempla l’Uno e, contemplandolo, genera in sé tutte le forme intelligibili. L’iniziato che contempla il Secondo Lume comincia a intravedere ciò che sarà il Risveglio del Nous: la luce che non è più fuori di lui, ma è dentro di lui, e che, quando si risveglia, gli permette di vedere non con gli occhi del corpo ma con gli occhi dell’intelletto.

Il Terzo Lume è l’Anima ricettiva. È la luce che riceve, accoglie, trasmette. È il principio che raccoglie ciò che viene dall’alto e lo riversa in basso, che trasforma la luce in nutrimento, che fa dell’illuminazione una trasformazione. È l’Anima del mondo di cui parlano i Platonici, il principio che anima l’universo e lo tiene in ordine. È la Shekhinah della Kabbalah, la Presenza che abita nel Tempio e accompagna Israele nell’esilio. È la Terza ipostasi di Plotino, l’Anima che discende dalla contemplazione del Nous per ordinare il mondo sensibile. L’iniziato che contempla il Terzo Lume impara a essere ricettivo, a non forzare, a lasciare che la luce che ha ricevuto dal Secondo Lume si diffonda in tutto il suo essere, trasformandolo dall’interno.

I Tre Lumi non sono tre luci separate. Sono tre aspetti di una stessa luce, tre modi in cui l’unica luce si manifesta. Il Primo Lume è la luce in sé, inattingibile, ineffabile. Il Secondo Lume è la luce che si fa intelligibile, che si può contemplare, che diventa conoscenza. Il Terzo Lume è la luce che si fa vita, che trasforma, che opera. L’iniziato che lavora con i Tre Lumi impara a riconoscere questa triplice struttura non solo nel Tempio, ma nella sua stessa coscienza. Impara che c’è in lui un principio che è al di là di ogni pensiero, al di là di ogni immagine, al di là di ogni determinazione. È il Primo Lume, la scintilla divina, l’Anthropos prima della caduta. Impara che c’è in lui un principio che pensa, che conosce, che distingue, ma che quando si risveglia non è più la ragione discorsiva ma l’intelletto divino. È il Secondo Lume, il Nous che risorge dall’oblio. Impara che c’è in lui un principio che accoglie, che trasforma, che vive. È il Terzo Lume, l’Anima che, dopo aver ricevuto la luce, la riversa nella vita.

I Tre Lumi del Martinismo corrispondono esattamente alla struttura trinitaria che attraversa tutte le tradizioni iniziatiche. Sono l’Uno, il Nous, l’Anima di Plotino. Sono KetherChokmahBinah nell’albero della vita kabbalistico: la Corona, la Sapienza, l’Intelletto. Sono la Trinità cristiana esoterica: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, non come dogmi teologici ma come principi cosmici e interiori. Sono i Tre Fuochi di cui parla la tradizione ermetica: il Fuoco divino, il Fuoco intellettuale, il Fuoco animico. Sono i Tre Lumi che l’iniziato, quando ha percorso le soglie inferiori, comincia a vedere non come simboli esterni ma come strutture della propria coscienza.

La Settima Soglia — il Risveglio del Nous — è proprio questo: il momento in cui l’iniziato comincia a percepire il significato operativo dei Tre Lumi non come simboli esterni ma come strutture della propria coscienza. Non vede più il Primo Lume come una candela sull’altare: lo riconosce come il centro del suo essere, ciò che è sempre stato ma che non aveva mai saputo di essere. Non vede più il Secondo Lume come una fiamma da contemplare: lo riconosce come il Nous che si è risvegliato in lui, la luce che ora vede dentro di sé. Non vede più il Terzo Lume come una luce che riceve: lo riconosce come la sua anima che, dopo aver ricevuto la luce, comincia a trasformarsi, a vivere in modo diverso, a essere non più ricettacolo ma sorgente.

Questo passaggio — dal simbolo esterno alla struttura interna — non è un’interpretazione. È una trasformazione. L’iniziato non decide di vedere i Tre Lumi dentro di sé: li vede. Non perché li abbia cercati, non perché abbia lavorato per trovarli, ma perché il Nous che si è risvegliato gli permette di vedere ciò che prima non poteva vedere. Il Primo Lume, che prima era una candela sull’altare, ora è la luce che illumina il suo cuore. Il Secondo Lume, che prima era una fiamma che rischiarava il Tempio, ora è la luce che gli permette di conoscere senza concetti, di vedere senza mediazioni. Il Terzo Lume, che prima era una luce che riceveva da altri, ora è la sua stessa anima che, dopo essere stata illuminata, comincia a irradiare.

Il Martinismo, in questo, non è un’eccezione. È l’erede di una tradizione che ha sempre conosciuto i Tre Lumi. I Tre Lumi sono nella Kabbalah, nell’Alchimia, nel Neoplatonismo, nell’Ermetismo. Ma il Martinismo li ha fatti suoi, li ha resi operativi, li ha trasformati in strumenti di trasformazione. L’iniziato che entra nel Tempio non assiste a una rappresentazione dei Tre Lumi: li incontra. Non impara una dottrina sui Tre Lumi: li vive. Non studia il loro significato: li lascia agire su di sé.

E quando il Nous si risveglia, quando la Settima Soglia è attraversata, l’iniziato non ha più bisogno del Tempio per vedere i Tre Lumi. Li porta con sé. Ogni volta che si raccoglie in sé stesso, vede il Primo Lume nel centro del suo cuore. Ogni volta che pensa, non con la ragione discorsiva ma con l’intelletto risvegliato, vede il Secondo Lume che illumina i suoi pensieri. Ogni volta che agisce, non con la volontà dell’ego ma con la volontà trasparente, vede il Terzo Lume che trasforma le sue azioni. I Tre Lumi non sono più fuori: sono dentro. Non sono più simboli: sono realtà. Non sono più oggetti di contemplazione: sono la sua stessa coscienza, risvegliata, ricomposta, reintegrata.

Ma questo non significa che il Tempio diventi superfluo. Significa, al contrario, che l’iniziato torna al Tempio con occhi nuovi. Ora i Tre Lumi che vede sull’altare non sono più candele: sono lo specchio di ciò che è dentro di lui. Non le contempla dall’esterno: le abita. Non cerca di capirle: le riconosce. E in questo riconoscimento, il Tempio non è più un luogo fisico: è ovunque. I Tre Lumi non sono più tre fiamme: sono la luce che illumina ogni cosa. L’iniziato non è più uno che cerca la luce: è diventato lui stesso luce.

La tradizione martinista ha sempre saputo questo. I Tre Lumi non sono un’invenzione del Martinismo, ma il Martinismo li ha trasmessi con una potenza e una chiarezza che poche altre tradizioni hanno saputo eguagliare. Perché il Martinismo non si è limitato a insegnare i Tre Lumi: li ha resi operativi. Li ha messi al centro del rito, al centro del Tempio, al centro del cammino. Ha fatto sì che l’iniziato, attraversando le soglie, incontrasse i Tre Lumi non come dottrina ma come esperienza. E quando l’esperienza è maturata, quando il Nous si è risvegliato, quando la Settima Soglia è stata attraversata, l’iniziato ha potuto dire: ora so che i Tre Lumi non sono tre candele. Sono la mia coscienza. Sono la mia origine, la mia conoscenza, la mia trasformazione. Sono ciò che ero prima di cadere, ciò che sto diventando risalendo, ciò che sarò quando la reintegrazione sarà compiuta.


Bibliografia per il lavoro interiore

I Tre Lumi dell’OMAT costituiscono il simbolo più alto della tradizione martinista e uno strumento essenziale per la comprensione e l’attraversamento della Settima Soglia. I testi che seguono accompagnano l’iniziato nella comprensione di questo simbolo e nella sua integrazione come struttura della coscienza risvegliata.


Le fonti fondamentali sulla triade cosmica nelle tradizioni iniziatiche:


Le fonti fondamentali sulla triade nella Kabbalah:


Le fonti fondamentali sulla Trinità esoterica:


Per il collegamento tra Tre Lumi, OMAT e Settima Soglia:


Per la luce come simbolo iniziatico:

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