Hiram Abiff: il mito iniziatico della morte e resurrezione del Maestro

“Hiram non muore perché è sconfitto. Muore perché non può cedere ciò che non può essere ceduto — e preferisce la morte alla menzogna di trasmettere come parola ciò che è uno stato dell’essere.”

— Oswald Wirth, Il Massone Maestro

C’è un momento nel rito del terzo grado massonico in cui la cerimonia smette di essere una cerimonia e diventa qualcosa di più difficile da nominare. È il momento in cui il candidato — dopo la lunga preparazione del Gabinetto di Riflessione, dopo l’iniziazione dell’Apprendista, dopo il lavoro del Compagno — viene condotto al centro del Tempio e lì, simbolicamente, viene ucciso. Non con violenza reale: con la potenza di un rito che ha la struttura e la densità di un mistero antico. Viene ucciso come Hiram Abiff — il Grande Maestro Costruttore del Tempio di Salomone — fu ucciso dai tre Compagni ribelli che volevano strappargli il segreto della Parola del Maestro. E poi viene resuscitato — come Hiram non fu resuscitato nella leggenda, ma come il rito promette che il Maestro autentico lo sia: non biologicamente, non nel senso di un ritorno alla vita che aveva prima, ma nel senso di una nascita radicalmente nuova da quella morte. Questo è il cuore del mistero massonico. Non il segreto di una parola: la struttura di una trasformazione.

La leggenda di Hiram Abiff — che la tradizione massonica ha costruito attorno alla figura biblica dell’artigiano fenicio inviato da Tiro a lavorare il bronzo per il Tempio di Salomone — è un mito nel senso più tecnico del termine: non una storia falsa contrapposta alla storia vera, ma una narrazione che porta una verità che la storia dei fatti non può portare. Il mito non si legge in chiave letterale: si legge in chiave simbolica, cioè si chiede non “è successo davvero?” ma “cosa descrive?”. E ciò che la leggenda di Hiram descrive è preciso e verificabile da chiunque abbia avanzato sufficientemente nel proprio cammino da riconoscerlo: descrive la struttura della morte iniziatica nelle sue fasi più avanzate, quelle che corrispondono alla Settima e Ottava Soglia del percorso martinista.

I tre Compagni assassini — che la tradizione chiama con nomi diversi a seconda del rito, ma che convergono nel significare tre forme di violenza contro la Parola — non sono tre persone malvagie. Sono tre strutture dell’ego nelle sue forme più sottili: quelle che sopravvivono al lavoro delle soglie inferiori e che si manifestano proprio nelle soglie superiori, quando l’iniziato crede di esserne già libero. Il primo porta il colpo del regolo alla gola — la violenza della parola, l’impulso di ridurre a formula ciò che non è formulabile, di comunicare come sistema ciò che si è ricevuto come grazia. Il secondo porta il colpo della squadra al petto — la violenza del sistema, l’impulso di strutturare ciò che deve restare fluido, di costruire una dottrina dove dovrebbe esserci una relazione viva. Il terzo porta il colpo del mazzuolo alla testa — la violenza della certezza, l’impulso di sapere invece di conoscere, di possedere intellettualmente ciò che può solo essere vissuto. Hiram — il Maestro che ha la Parola nel cuore ma non la possiede come un oggetto — risponde a ciascuno di questi assalti nello stesso modo: non con la violenza, non con la resa, ma con la fedeltà. Non cede la Parola non perché sia geloso di essa: non può cederla, perché la Parola non è una cosa da cedere ma uno stato da abitare.

La morte di Hiram è la morte iniziatica delle soglie superiori — quella che abbiamo analizzato come Da’ath nell’Albero della Vita, come mortificatio nell’Alchimia interiore, come notte passiva dello spirito in Giovanni della Croce. Non è la morte delle passioni (quella è la Terza e Quarta Soglia). Non è la morte dell’identità psicologica (quella è la Seconda Soglia). È la morte delle strutture spirituali costruite nel lungo cammino delle soglie precedenti: le certezze teologiche acquisite, l’identità del “massone avanzato” o dello “spirituale” che si era progressivamente consolidata, il modo di relazionarsi con il Divino che aveva funzionato fino a quel punto e che ora — nell’Ottava Soglia — deve cedere per fare spazio a qualcosa che quelle strutture non possono contenere. Hiram muore perché le tre strutture dell’ego che attaccano non possono essere rimosse con un atto di volontà: devono essere attraversate. La morte è necessaria — non come punizione, non come prova arbitraria, ma come condizione strutturale di ciò che viene dopo.

Nella leggenda massonica, il corpo di Hiram viene sepolto in modo affrettato dai tre assassini sotto un ramo d’acacia — il simbolo dell’immortalità dell’anima, il segno che la morte di Hiram non è la fine. Quando il Maestro Venerabile e i fratelli cercano il corpo — dopo aver scoperto la scomparsa di Hiram — trovano il ramo d’acacia ancora fresco sulla sua tomba: il segno che la vita è ancora presente sotto la morte. Questo dettaglio è fondamentale: la morte iniziatica non è il nulla. È la terra in cui qualcosa di nuovo attende di germogliare. Come il seme che deve morire per germogliare, come la natura che muore nell’inverno per rinascere in primavera, come il caput mortuum alchemico che è la condizione del compimento dell’Opera — la morte di Hiram porta in sé il segno della resurrezione. Non la promessa vaga di qualcosa che potrebbe accadere: la struttura necessaria di ciò che accadrà, quando il tempo è maturo.

La resurrezione di Hiram nel rito del terzo grado — il momento in cui il Maestro Venerabile solleva il candidato dalla fossa con il “Colpo del Leone” — non è la fine del cammino: è la nascita del Maestro come essere capace di portare il peso di ciò che le soglie successive richiederanno. Il Maestro resuscitato non è il Compagno migliorato: è qualcosa di qualitativamente diverso. Ha attraversato la propria morte e ne porta il segno — come il Cristo risorto porta le piaghe glorificate, come il Maestro giovanneo porta nel corpo i segni del lavoro passato come fondamento del lavoro futuro. La Nona Soglia — la Reintegrazione, la nascita dell’Uomo Nuovo — non è immediata dopo la resurrezione del terzo grado: è l’orizzonte verso cui il Maestro risorto cammina, con la qualità radicalmente nuova di chi ha già attraversato la propria morte e non la teme più. La morte iniziatica non si attraversa due volte allo stesso livello: chi è morto come Hiram e ne è risorto non dovrà morire di nuovo nello stesso modo. Ma il cammino continua — a un’ottava superiore, come abbiamo visto per Kether e Malkuth — e porta verso la Nona Soglia che il rito del terzo grado anticipa e prepara senza compiere.

Come si riconosce la morte di Hiram nella propria vita — fuori dal contesto rituale? Non come un evento drammatico con contorni precisi, ma come una qualità di esperienza che chi l’ha attraversata riconosce per le sue caratteristiche specifiche: la dissoluzione delle certezze spirituali che sembravano le più solide, il senso che tutto ciò che aveva retto il cammino fino a quel punto non regge più, l’incapacità di produrre il tipo di preghiera o di contemplazione che aveva sempre funzionato, la sensazione che il Maestro che si credeva di essere era in realtà un Compagno travestito da Maestro. Questi segni non sono segnali di fallimento: sono i tre colpi dei tre Compagni, che arrivano quando il cammino ha prodotto abbastanza solidità nelle soglie precedenti da poter sopportare la prova senza dissolversi del tutto. Chi non è pronto non li riceve — o li riceve ma li interpreta come crisi psicologica ordinaria e li tratta di conseguenza, perdendo il significato iniziatico che portano. Chi è pronto li riceve come Hiram li ha ricevuti: non cedendo, non fuggendo, non combattendo — ma restando fedele a ciò che sa di dover custodire, anche quando non lo sente più.


Bibliografia e testi consigliati

Oswald Wirth — Il Massone Maestro
Il testo che analizza la leggenda di Hiram Abiff e il rito del terzo grado con la maggiore profondità simbolica disponibile nella letteratura massonica. La sua descrizione dei tre colpi come tre strutture dell’ego nelle soglie superiori è la traduzione più precisa del significato iniziatico della morte di Hiram.

Albert Pike — Morals and Dogma
Le sezioni sul terzo grado e sulla leggenda di Hiram — quelle in cui Pike analizza la morte e la resurrezione del Maestro come la struttura fondamentale del cammino iniziatico massonico e il parallelo con i misteri antichi della morte e resurrezione. La sua comprensione della morte di Hiram come rifiuto di ridurre la Parola a formula è la formulazione più potente disponibile.

Mircea Eliade — La Nascita Mistica: Riti e Simboli di Iniziazione
Lo studio comparativo che mostra come la struttura morte-sepoltura-resurrezione del rito di Hiram Abiff sia la versione massonica di una struttura universale dei grandi riti iniziatici del mondo antico — da Osiride a Dioniso, dai misteri eleusini ai riti australiani. Fondamentale per comprendere la profondità antropologica di ciò che il terzo grado massonico compie.

San Giovanni della Croce — La Notte Oscura
La descrizione cristiana della morte iniziatica nelle soglie superiori — quella che corrisponde esattamente alla morte di Hiram nel linguaggio massonico. I tre colpi dei tre Compagni trovano il loro equivalente nelle tre forme di privazione descritte da Giovanni: la privazione delle consolazioni sensoriali, la privazione delle certezze intellettuali, la privazione del senso stesso del cammino. La morte di Hiram descritta dall’interno.

Hans Urs von Balthasar — Misterium Paschale
La teologia della morte del Cristo come modello della morte iniziatica — quella che mostra come il “silenzio del sabato” tra la morte e la resurrezione descriva la stessa qualità del silenzio che segue la morte di Hiram: non l’assenza di tutto, ma la presenza di qualcosa che le strutture precedenti non riconoscono come tale. Il corpo di Hiram nella fossa con il ramo d’acacia è il sabato santo della coscienza dell’iniziato.

C.G. Jung — Psicologia e Alchimia
Il parallelo alchemico della morte di Hiram — la mortificatio come fase necessaria del processo di individuazione — è analizzato qui nella sua struttura psicologica. La sua comprensione della morte iniziatica non come evento traumatico ma come dissoluzione necessaria delle strutture che hanno fatto il loro tempo è la traduzione psicologica moderna di ciò che il rito di Hiram compie nel simbolismo massonico.

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