“Jachin dice: la pietra deve essere ferma. Boaz dice: la pietra deve essere viva. Tra le due colonne si entra nel Tempio — non scegliendo l’una contro l’altra, ma reggendo entrambe.”
— Oswald Wirth, Il Massone Compagno
All’ingresso del Tempio di Salomone — tra la vita ordinaria e lo spazio sacro, tra il mondo esterno e il Santuario — si trovano due grandi colonne di bronzo fuse da Hiram, l’artigiano portato da Tiro da re Salomone. Il libro dei Re le descrive con precisione: diciotto cubiti di altezza, un capitello di cinque cubiti sopra ciascuna, ornate di melograni e di gigli. Due colonne identiche nella struttura ma diverse nel nome: quella di destra si chiama Jachin, quella di sinistra si chiama Boaz. Non sono ornamenti decorativi, non sono sostegni strutturali del tetto — stanno nell’atrio, libere, non portano nulla se non se stesse. Sono presenze: il loro significato non è funzionale ma simbolico, e il simbolo che portano è uno dei più densi e dei più operativi che il linguaggio iniziatico abbia mai elaborato.
Jachin — dalla radice ebraica che significa “egli stabilirà”, “egli fondera”, “in lui è la stabilità” — è la colonna della destra, quella del pilastro della Misericordia nell’Albero della Vita, quella che nella cosmologia kabbalista porta la qualità dell’espansione, della grazia, della forza che apre. Il suo nome descrive il principio che garantisce la continuità: la capacità di restare, di mantenere, di fondare qualcosa che dura nel tempo. Nel cammino iniziatico, Jachin è la qualità della stabilità interiore — quella che permette all’iniziato di non essere travolto dalle oscillazioni della vita: le emozioni intense, i periodi di aridità, le crisi del cammino, le provocazioni esterne che tendono a spostare il centro di gravità dalla stabilità interiore verso il caos della reattività. Non è immobilità — Jachin non è il chiudersi al mondo, il proteggersi dalle esperienze, il cristallizzarsi nella sicurezza. È la capacità di restare in centro anche nel movimento, di non perdere il filo interiore anche quando la vita tira in direzioni diverse, di avere un fondamento su cui appoggiare il lavoro anche nei momenti in cui il terreno sembra instabile.
Boaz — dalla radice ebraica che significa “in lui è la forza”, “forza vigile”, “forza orientata” — è la colonna della sinistra, quella del pilastro del Rigore nell’Albero della Vita, quella che nella cosmologia kabbalista porta la qualità della struttura, della forma, della forza che delimita e orienta. Il suo nome descrive il principio che garantisce la potenza: la capacità di agire, di produrre, di portare l’energia vitale nel lavoro concreto. Nel cammino iniziatico, Boaz è la qualità del desiderio spirituale autentico nella sua forma più attiva — non il desiderio passivo che aspetta che le cose accadano, ma l’energia vitale orientata verso la costruzione, la forza che muove lo scalpello contro la Pietra Grezza, la passione per il lavoro che non si accontenta di comprendere ma vuole trasformare. Non è forza bruta — Boaz non è l’agitazione incessante, il fare per il fare, il dinamismo senza direzione. È la forza che sa dove andare, che ha una meta e un metodo, che si applica con intelligenza invece di disperdersi in mille direzioni.
La tensione tra Jachin e Boaz — stabilità e forza, fondamento e potenza, quiete e azione — è la tensione fondamentale che ogni cammino iniziatico deve imparare a gestire. E la gestione non è la scelta di uno dei due poli a scapito dell’altro: è l’apprendimento a stare tra le due colonne, nell’equilibrio dinamico che il portale del Tempio simbolizza. Chi vive solo in Jachin — solo nella stabilità, solo nella quiete, solo nel fondamento — produce una spiritualità che potrebbe diventare stagnazione: la meditazione senza azione, la comprensione senza incarnazione, la pace interiore che non si traduce in nulla di visibile nel mondo. Chi vive solo in Boaz — solo nella forza, solo nell’azione, solo nell’energia vitale orientata — produce una spiritualità che potrebbe diventare attivismo frenetico: il fare continuo senza il radicamento che dà senso al fare, l’entusiasmo che si brucia senza avere le fondamenta necessarie per durare. Il Tempio si costruisce tra le due colonne: la stabilità che permette alla forza di operare senza perdersi, la forza che impedisce alla stabilità di diventare inerzia.
Questa polarità ha un parallelo diretto nel percorso martinista, e in particolare nelle Quinta e Sesta Soglia — l’Aspirazione e la Via del Cuore. L’Aspirazione è la qualità di Boaz: il desiderio spirituale autentico che comincia a consolidarsi come orientamento stabile, la forza che muove il cammino verso le soglie superiori, l’energia vitale che si è purificata abbastanza da poter essere orientata verso il Principio senza disperdersi. Senza Boaz — senza questa forza del desiderio — l’Aspirazione rimane un concetto intellettuale, una comprensione teorica di dove si vuole andare, senza l’energia necessaria per muoversi davvero. La Via del Cuore è la qualità di Jachin: l’orientamento costante verso il Cristo interiore, la stabilità della presenza che non dipende dagli stati emotivi o dalle circostanze esterne, il fondamento su cui tutto il resto si regge. Senza Jachin — senza questa stabilità del cuore — la Via del Cuore diventa una via delle emozioni: intense, variabili, dipendenti dall’umore e dalla salute, non affidabili come fondamento del cammino. Il martinista che percorre la Quinta e la Sesta Soglia impara esattamente questa lezione: come tenere entrambe le colonne — la forza del desiderio e la stabilità della presenza — in un equilibrio che non sacrifica né l’una né l’altra.
C’è un aspetto del simbolismo di Jachin e Boaz che si rivela particolarmente prezioso nelle soglie superiori del cammino: la loro posizione all’ingresso del Tempio, non al suo interno. Non si trovano nel Santuario, non si trovano nel Santo dei Santi: si trovano sulla soglia, nel portale attraverso cui si entra. Questo non è casuale. La stabilità e la forza non sono le qualità del compimento — sono le qualità che rendono possibile l’ingresso al compimento. Non si abita il Tempio “avendo” Jachin e Boaz nel senso di possederle definitivamente: si entra nel Tempio passando attraverso di esse, e il passaggio richiede di reggere entrambe. Le colonne non si superano — si attraversano. E ogni volta che il cammino porta a una nuova soglia, le due colonne si rappresentano nella loro forma specifica a quel livello: la stabilità e la forza richieste alla Quinta Soglia non sono le stesse richieste alla Sesta o alla Settima. Man mano che il cammino sale, le colonne si fanno più sottili, meno materiali, più spirituali — ma restano sempre due, sempre in tensione dinamica, sempre il portale che bisogna attraversare invece di aggirare.
Il riconoscimento di Jachin e Boaz nella propria vita concreta — fuori dal contesto rituale massonico — è uno degli esercizi più utili che il simbolismo delle due colonne può offrire al cammino quotidiano. Dove tende a prevalere Jachin nella propria struttura caratteriale? Dove tende a prevalere Boaz? Ci sono aree della propria vita in cui si ha troppa stabilità — che è diventata cristallizzazione, resistenza al cambiamento, paura del movimento — e aree in cui si ha troppa forza — che è diventata agitazione, incapacità di fermarsi, bisogno di fare come difesa dalla quiete? La risposta è diversa per ciascuno, e cambia nel corso del cammino: la stessa persona che in una fase era troppo statica può diventare, dopo un periodo di crescita, troppo dinamica — perché Boaz era stato a lungo represso e quando si libera tende a traboccare. La maturità iniziatica è la capacità di riconoscere il proprio squilibrio corrente e di lavorare deliberatamente sull’asse carente, senza perdere ciò che si è già costruito sull’altro. Stare tra le due colonne — non davanti a una sola — è il lavoro di ogni soglia del cammino.
Bibliografia e testi consigliati
Oswald Wirth — Il Massone Compagno
Il testo che analizza le due colonne nel contesto del secondo grado massonico — quello in cui il Compagno studia il Tempio nella sua struttura complessiva e comincia a comprendere la logica delle sue componenti simboliche. La sua analisi di Jachin e Boaz come polarità del cammino è la più precisa e la più operativa disponibile nella letteratura massonica.
Z’ev ben Shimon Halevi — L’Albero della Vita
La corrispondenza tra Jachin-Boaz e i due pilastri dell’Albero della Vita — Misericordia e Rigore — è analizzata qui nella sua struttura kabbalista: due principi cosmologici che reggono la manifestazione e che ogni essere umano deve imparare a tenere in equilibrio nel proprio essere. La lettura in parallelo con i testi massonici illumina reciprocamente entrambi i sistemi.
René Guénon — Studi sulla Massoneria e il Compagnonnage
L’analisi delle due colonne nel contesto del simbolismo universale della dualità cosmica — che mostra come Jachin e Boaz non siano un’invenzione massonica ma la versione occidentale di una polarità che percorre tutte le Tradizioni: lo yin-yang taoista, i due pilastri dell’Albero della Vita kabbalista, il principio maschile e femminile del Tantra. Una sola struttura, molti linguaggi.
Santa Teresa d’Ávila — Il Castello Interiore
La descrizione della quinta e sesta dimora del castello — il passaggio verso l’unione mistica — mostra la stessa struttura di Jachin e Boaz nella Via del Cuore: la stabilità della quiete interiore (Jachin) e la forza del desiderio spirituale autentico (Boaz) come le due qualità che reggono le soglie superiori del cammino. Teresa non usa il linguaggio massonico ma descrive lo stesso territorio.
Liz Greene — Saturno: un nuovo sguardo su un vecchio diavolo
Il parallelo astrologico più preciso per la coppia Jachin-Boaz: Saturno come principio di stabilità, struttura e fondamento (Jachin) e Marte come principio di forza, energia vitale e azione (Boaz). La sua analisi del modo in cui questi due principi tendono a squilibrarsi nelle diverse strutture caratteriali — e di come la maturazione spirituale richieda la loro integrazione — è uno strumento prezioso di autoconoscenza applicata al simbolismo delle colonne.
Louis-Claude de Saint-Martin — L’Uomo di Desiderio
Il testo in cui Saint-Martin descrive la Via del Cuore come tensione dinamica tra il silenzio interiore (Jachin) e il desiderio spirituale autentico (Boaz) — senza che nessuno dei due sia soffocato o esaurito dall’altro. La sua comprensione di questo equilibrio come struttura permanente del cammino — non una conquista definitiva ma un lavoro quotidiano — è la formulazione martinista più precisa di ciò che stare tra le due colonne significa.