L’iniziato che ha percorso le otto soglie, che ha incontrato l’Ombra e il drago, che ha attraversato il fuoco e l’acqua, che ha salito la scala e la montagna, che ha danzato con il Sole e la Luna, che ha indossato la Maschera e il Mantello, che ha contemplato i Tre Lumi, si trova ora di fronte all’ultimo simbolo, quello che li contiene tutti, che li compie e li trascende. È il pentagramma, la stella a cinque punte, la figura che da millenni rappresenta l’essere umano nella sua totalità cosmica. Non è un simbolo tra gli altri: è il simbolo dell’uomo. Non dell’uomo caduto, non dell’uomo frammentato, non dell’uomo che ancora cerca. È il simbolo dell’uomo come dovrebbe essere, dell’uomo come era prima della caduta, dell’uomo come sarà dopo la reintegrazione. È l’Anthropos, l’Uomo Primordiale, colui che contiene in sé i cinque elementi, i cinque sensi, le cinque direzioni dello spazio, le cinque lettere del Nome che opera la reintegrazione.
La stella a cinque punte è una figura che l’umanità ha conosciuto fin dalle origini. Si trova nei templi di Babilonia, nelle ampolle greche, nelle monete romane, nelle cattedrali gotiche, nei sigilli dei maghi, nei trattati degli alchimisti. È il simbolo che Pitagora chiamava hygieia, salute, perché la salute è l’armonia dei cinque elementi nell’essere umano. È il simbolo che Platone conosceva come la figura che lega i cinque solidi platonici. È il simbolo che i cabalisti riconoscevano come la rappresentazione della Shekhinah, la Presenza. È il simbolo che i cristiani vedevano nelle cinque ferite di Cristo, che sono anche i cinque sensi trasfigurati, i cinque portali attraverso cui la grazia entra nel mondo. È il simbolo che l’iniziato martinista riconosce nel Pentagrammaton, il Nome di cinque lettere, יהשוה — Yod-He-Shin-Vav-He — che è il Verbo che opera la Reintegrazione.
Il pentagramma non è una stella come le altre. Ha una proprietà geometrica unica: si può tracciare con un solo tratto, senza mai sollevare la penna, tornando al punto di partenza. È la figura del percorso che parte dall’unità, si dipana nella molteplicità, e ritorna all’unità. È la figura della discesa e della risalita. È la figura dell’Anthropos che esce dall’Uno, attraversa le sfere planetarie, e alla fine ritorna all’Uno, portando con sé la molteplicità trasfigurata. Il pentagramma, quando viene tracciato, non è un’immagine statica: è un movimento. È la danza dei cinque elementi che si compongono e si ricompongono. È il ritmo della creazione che si dispiega e si raccoglie.
Le cinque punte della stella hanno ciascuna un significato. Sono i cinque elementi della tradizione: Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Etere. Non sono elementi materiali nel senso che la chimica intende. Sono principi, sono qualità, sono modi dell’essere. La Terra è la stabilità, il corpo, l’incarnazione. L’Acqua è l’emozione, la ricettività, il fluire. Il Fuoco è la volontà, la trasformazione, l’energia. L’Aria è il pensiero, la comunicazione, l’intelletto. L’Etere è lo spirito, il vuoto che contiene tutto, la sostanza di cui è fatta la luce. L’essere umano, nella sua totalità, è l’armonia di questi cinque elementi. Non la loro fusione indistinta, non la loro eliminazione, non la loro riduzione a uno solo. L’armonia. L’equilibrio dinamico in cui ciascuno occupa il suo posto, compie la sua funzione, e tutti insieme producono la vita.
Le cinque punte sono anche i cinque sensi. Non i sensi nel modo in cui li vive l’uomo caduto, che li usa per aggrapparsi al mondo, per possedere, per fuggire. I sensi trasfigurati, quelli dell’uomo reintegrato, che sono porte, non recinti. Il tatto che non afferra ma accarezza. L’olfatto che non annusa ma riconosce. Il gusto che non consuma ma partecipa. L’udito che non registra ma ascolta. La vista che non spia ma contempla. I cinque sensi dell’uomo reintegrato sono le cinque porte attraverso cui il mondo entra in lui e lui esce nel mondo, in un circuito che non è più separazione ma comunione.
Le cinque punte sono anche le cinque ferite di Cristo. Il costato, le mani, i piedi. Le ferite attraverso cui la vita esce e la grazia entra. Le ferite che sono diventate porte. L’iniziato che ha percorso le soglie conosce queste ferite. Non le ferite fisiche, ma le ferite dell’anima. I punti in cui è stato trafitto, i luoghi in cui la vita lo ha ferito, e che, se lasciati guarire male, diventano cicatrici che bloccano il flusso. Ma se lasciati guarire bene, se riconosciuti, se accettati, se integrati, diventano porte. Diventano i luoghi attraverso cui la luce entra. L’uomo reintegrato non è l’uomo senza ferite. È l’uomo le cui ferite sono diventate porte.
Il pentagramma ha una proprietà che è stata spesso fraintesa e strumentalizzata. Può essere disegnato con una punta verso l’alto o con due punte verso l’alto. Il pentagramma con la punta verso l’alto è l’uomo eretto: la testa (la punta superiore) domina i quattro arti (le quattro punte inferiori). È l’uomo in cui lo spirito governa la materia, in cui il centro è alto, in cui l’ascesa è possibile. Il pentagramma con due punte verso l’alto è l’uomo caduto: la testa è in basso, la materia domina lo spirito, i piedi sono al posto della testa. È l’uomo che ha dimenticato la sua origine, che si è rovesciato, che vive capovolto. Non è un simbolo del male: è un simbolo della caduta. È l’immagine dell’Anthropos che, discendendo attraverso le sfere, si è rovesciato, ha perso il centro, ha scambiato il sopra per il sotto.
L’iniziato martinista conosce questa distinzione. Sa che il pentagramma rovesciato è l’immagine della sua condizione prima del Richiamo, quando ancora non sapeva di essere caduto, quando viveva con la testa in basso e i piedi in alto, quando scambiava la materia per la realtà e lo spirito per un sogno. Sa che il pentagramma eretto è l’immagine della sua meta: l’uomo che ha ritrovato il centro, che ha raddrizzato la sua postura, che ha rimesso lo spirito al posto che gli compete, non per dominare ma per ordinare, non per schiacciare ma per elevare. Il lavoro sulle soglie è stato proprio questo: raddrizzare il pentagramma. Rimettere la testa in alto e i piedi in basso. Restituire allo spirito la sua funzione di guida e alla materia la sua funzione di servizio. Non distruggere la materia, non negare i sensi, non fuggire dal mondo. Ma ristabilire l’ordine. Ricomporre l’armonia. Far sì che l’uomo, che era diventato un animale rovesciato, torni a essere ciò che è: l’essere che ha la testa nel cielo e i piedi sulla terra, che tocca l’alto e il basso insieme, che è il ponte tra il cielo e la terra.
Il pentagramma è anche il simbolo del Pentagrammaton, il Nome di cinque lettere che il Martinismo ha ricevuto dalla tradizione e che costituisce il cuore della sua teurgia. Yod-He-Shin-Vav-He — יהשוה — è il Nome che contiene il Tetragrammaton Yod-He-Vav-He, il Nome ineffabile di Dio, con l’aggiunta della lettera Shin, che è la lettera del fuoco, dello Spirito, della trasformazione. È il Nome del Verbo incarnato, del Verbo che discende e risale, del Verbo che opera la Reintegrazione. Non è un nome da pronunciare: è un nome da contemplare. È un nome che è anche una figura geometrica, e una figura geometrica che è anche un essere umano. Il Pentagrammaton è il pentagramma: le cinque lettere, le cinque punte, i cinque elementi, i cinque sensi, le cinque ferite. Tutto converge. Tutto si compone.
Per l’iniziato che ha percorso le nove soglie, il pentagramma non è più un simbolo esterno. È diventato il suo corpo. Le cinque punte sono le sue estremità, i suoi sensi, i suoi elementi. La punta in alto è il suo Nous risvegliato, che guarda verso l’Uno. Le quattro punte in basso sono le sue membra, che agiscono nel mondo. Il centro, dove le linee si incrociano, è il suo cuore, il punto in cui l’alto e il basso, lo spirito e la materia, l’Uno e la molteplicità, si incontrano. Non è più un simbolo da contemplare: è una realtà da vivere.
L’OMAT, in questo, ha saputo custodire e trasmettere il simbolo più alto. Il pentagramma e il Pentagrammaton sono il sigillo dell’Ordine, il segno che l’iniziato porta con sé, il ricordo di ciò che è e di ciò che deve diventare. Non è un distintivo, non è un ornamento, non è un amuleto. È una mappa. È la mappa dell’essere umano nella sua totalità. È la mappa della discesa e della risalita. È la mappa dell’Anthropos che cade e si rialza, che si frammenta e si ricompone, che dimentica e ricorda, che muore e rinasce. L’iniziato che la contempla vede sé stesso. E vedendo sé stesso, vede ciò che deve ancora compiere.
Le nove soglie sono passate. L’iniziato ha attraversato l’Ombra e il labirinto, ha domato il drago, si è purificato nel fuoco e nell’acqua, ha salito la scala e la montagna, ha danzato con il Sole e la Luna, si è rivestito della Maschera e del Mantello, ha contemplato i Tre Lumi. Ora, con il pentagramma, il cerchio si chiude. Il punto da cui era partito — l’Uno, il Principio — si ritrova al centro della stella. Il percorso non era lineare: era un cerchio che si è dipanato in una stella, che ha toccato cinque punte e vi ha lasciato un segno, che ha raccolto i cinque elementi e li ha ricomposti in una figura, che ha disegnato l’uomo nella sua totalità.
L’iniziato non ha più bisogno di cercare. Ha trovato. Ha trovato non una dottrina, non una formula, non una tecnica. Ha trovato sé stesso. Ha ritrovato l’essere che era prima della caduta, che non era ancora frammentato, che non era ancora caduto nell’oblio. È l’Anthropos reintegrato. Non è diventato Dio, ma è diventato ciò che Dio voleva che fosse: l’immagine del Divino nel mondo, lo specchio che riflette la luce senza trattenerla, il ponte che unisce il cielo e la terra, la stella che brilla nel buio perché ha in sé la luce che ha ricevuto.
Il pentagramma non è più un simbolo. È diventato lui. Ogni volta che apre le braccia, disegna una stella. Ogni volta che alza la testa verso il cielo, la punta si orienta. Ogni volta che posa i piedi sulla terra, le altre quattro punte toccano il mondo. Il suo corpo è diventato il tempio, la sua anima è diventata l’altare, il suo spirito è diventato la fiamma. E la fiamma, che era divisa in tre, si è ricomposta in una. E la stella, che aveva cinque punte, brilla di una luce che è una. E l’uomo, che era caduto, è risorto. Non perché abbia vinto qualcosa, non perché abbia conquistato qualcosa, ma perché ha accettato di essere ciò che è. Perché ha smesso di lottare contro sé stesso e ha cominciato a danzare con la propria ombra. Perché ha smesso di cercare fuori e ha trovato dentro. Perché ha smesso di voler essere altro e ha accettato di essere ciò che era.
Il pentagramma si chiude. Il cerchio si ricompone. L’iniziato è tornato al punto di partenza, ma il punto di partenza non è più lo stesso. È diventato un centro. È diventato il centro da cui tutto parte e a cui tutto ritorna. È diventato il punto in cui l’Uno si riflette nella molteplicità e la molteplicità si ricompone nell’Uno. È diventato ciò che il pentagramma rappresenta: l’uomo cosmico, l’Anthropos, l’essere che contiene in sé il cielo e la terra, lo spirito e la materia, l’Uno e il molteplice. Non più separato, non più frammentato, non più caduto. Reintegrato.
Bibliografia per il lavoro interiore
Il pentagramma e il Pentagrammaton costituiscono il simbolo culminante del cammino martinista, la rappresentazione dell’Uomo cosmico e il sigillo della Reintegrazione. I testi che seguono accompagnano l’iniziato nella comprensione e nell’integrazione di questo simbolo supremo.
Le fonti fondamentali sul pentagramma come simbolo dell’uomo cosmico:
- René Guénon, Il pentagramma (in Simboli della scienza sacra, Edizioni Mediterranee) — Guénon analizza il simbolismo del pentagramma come figura dell’uomo cosmico, mostrando come esso rappresenti l’armonia dei cinque elementi, i cinque sensi trasfigurati, e l’essere umano nella sua totalità.
- Titus Burckhardt, La stella a cinque punte (in La sapienza delle forme, Edizioni Mediterranee) — Burckhardt esplora il simbolismo del pentagramma nell’arte sacra e nell’alchimia, mostrando il suo significato come figura della manifestazione e del ritorno.
- Julius Evola, Il pentagramma (in Introduzione alla magia, Edizioni Mediterranee) — Evola dedica pagine importanti al pentagramma come simbolo iniziatico, mostrando la differenza tra il pentagramma eretto (uomo spirituale) e quello rovesciato (uomo caduto).
Le fonti fondamentali sul Pentagrammaton:
- Martinez de Pasqually, Trattato della reintegrazione degli esseri (Edizioni Mediterranee) — Il testo martinista che espone la dottrina del Pentagrammaton come Nome del Verbo che opera la Reintegrazione.
- Louis-Claude de Saint-Martin, L’uomo di desiderio (Edizioni Mediterranee) — Saint-Martin descrive il Pentagrammaton come il Nome che l’iniziato contempla nel suo cammino verso la reintegrazione.
- Ivan Corrêa, Teodiceia Psíquica – A Alquimia e transformação da alma pelo ponto de vista Martinista — Corrêa mostra come il Pentagrammaton corrisponda al pentagramma geometrico e come entrambi rappresentino il Verbo che opera la reintegrazione nella psiche e nel cosmo.
Per il collegamento tra pentagramma, Kabbalah e tradizione esoterica:
- Gershom Scholem, La Kabbalah e il simbolismo dei nomi divini (in La Kabbalah, Edizioni Mediterranee) — Scholem analizza il simbolismo dei nomi divini, mostrando come il Tetragrammaton e il Pentagrammaton siano al centro della contemplazione kabbalistica.
- Dion Fortune, Il pentagramma nella magia (in La magia pratica, Edizioni Mediterranee) — Fortune esplora l’uso del pentagramma nella pratica rituale come simbolo dell’uomo che opera la reintegrazione.
- Israel Regardie, Il pentagramma (in L’albero della vita, Edizioni Mediterranee) — Regardie dedica pagine importanti al pentagramma come figura che lega i cinque elementi e le cinque sefirot.
Per il pentagramma nella tradizione pitagorica e platonica:
- Giamblico, La vita pitagorica (Rizzoli) — Giamblico descrive il pentagramma come hygieia, salute, e come simbolo dell’armonia dell’essere umano.
- Platone, Timeo (in Opere, Rizzoli) — Platone descrive la struttura del cosmo e dell’uomo in termini che si riflettono nel simbolismo del pentagramma.
- Ananda K. Coomaraswamy, La figura dell’uomo cosmico (in La danza di Śiva, Edizioni Mediterranee) — Coomaraswamy esplora il simbolismo dell’uomo cosmico nelle tradizioni orientali, mostrando convergenze con il pentagramma occidentale.
Per il collegamento tra pentagramma, OMAT e Ottava e Nona Soglia:
- Robert Amadou, Il Martinismo. Storia e introduzione a una dottrina (Edizioni Mediterranee) — Amadou espone il simbolismo del pentagramma e del Pentagrammaton nell’OMAT, mostrando come essi costituiscano il sigillo dell’Ordine e il simbolo della reintegrazione.
- Ivan Corrêa, Teodiceia Psíquica – A Alquimia e transformação da alma pelo ponto de vista Martinista — Corrêa mostra come il pentagramma sia il simbolo dell’Ottava e Nona Soglia, il momento in cui l’iniziato riconosce la propria totalità e si ricompone come Anthropos reintegrato.
- Louis-Claude de Saint-Martin, L’uomo di desiderio (Edizioni Mediterranee) — Saint-Martin descrive l’uomo reintegrato come colui in cui i cinque elementi, i cinque sensi e le cinque lettere del Nome si sono ricomposti in unità.