La scala e la montagna: i simboli dell’ascesa verso il Divino

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  3. Il drago e l’eroe: il simbolismo della lotta interiore
  4. Il fuoco e l’acqua: i simboli della purificazione nelle grandi tradizioni
  5. La scala e la montagna: i simboli dell’ascesa verso il Divino
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L’iniziato che ha attraversato il fuoco e l’acqua, che ha bruciato le scorie della rettificazione e dissolto le incrostazioni della disciplina, si trova ora di fronte a una nuova direzione. Fino a questo momento, il cammino è stato prevalentemente orizzontale o discendente: la discesa nell’Ombra, l’esplorazione del labirinto, l’incontro con il drago, la purificazione attraverso gli elementi. Ora, con la Quarta Soglia alle spalle e la Quinta che si apre, il movimento cambia. L’iniziato comincia a guardare verso l’alto. Non perché abbia dimenticato la discesa — sa che senza discesa non c’è vera ascesa — ma perché la direzione del suo sguardo si è invertita. Ciò che prima era un cercare fuori, poi un cercare dentro, diventa ora un cercare in alto. E per descrivere questo movimento, la tradizione offre due simboli che sono tra i più universali e i più potenti: la scala e la montagna.

La scala è il simbolo del cammino verticale, dell’ascesa per gradi, del movimento che procede per tappe successive. È la Scala di Giacobbe, quella che il patriarca vede in sogno mentre fugge dal fratello Esaù: una scala piantata sulla terra che tocca il cielo, con gli angeli che salgono e scendono. Non è un’immagine statica: è un movimento. Gli angeli salgono e scendono. La comunicazione tra cielo e terra è bidirezionale. La grazia discende, l’ascesa sale. E Giacobbe, svegliandosi, dice: “Quanto è terribile questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo.” La scala è la porta. È il luogo in cui l’alto e il basso comunicano, in cui il movimento verso l’alto è possibile perché c’è un movimento verso il basso che lo sostiene.

La Scala di Giacobbe ha avuto una fortuna immensa nella tradizione occidentale. Giovanni Climaco, nel VI secolo, scrisse la Scala Paradisi, un trattato in trenta gradini che descrive l’ascesa dell’anima verso la perfezione. Ogni gradino è una virtù, ogni passo è una rinuncia, ogni salita è una morte e una resurrezione. La scala è il cammino stesso, e chi la sale non può fermarsi: chi si ferma cade, e chi cade rischia di non rialzarsi. Non perché Dio sia crudele, ma perché l’ascesa è un movimento che si alimenta di sé stessa: l’inerzia spirituale è la morte.

La Kabbalah conosce la sua scala. Sono le dieci sefirot, i dieci gradini che salgono da Malkut, il Regno, fino a Kether, la Corona. Ogni sefirah è un mondo, una qualità, una tappa. E tra una sefirah e l’altra ci sono sentieri, ventidue, che sono le vie della conoscenza. La scala kabbalistica non è una linea retta: è un albero, con rami che si dividono e si ricongiungono, con percorsi che si incrociano, con salite che non sono mai lineari. L’iniziato che sale l’albero della vita non procede come su una scala a pioli: procede come in un labirinto verticale, dove ogni gradino è una scoperta e ogni scoperta è una trasformazione.

Platone, nel Simposio, descrive un’altra scala. È la scala dell’amore, che parte dal desiderio di un corpo bello e sale, attraverso la bellezza di tutti i corpi, alla bellezza delle anime, alla bellezza delle leggi, alla bellezza delle scienze, fino alla bellezza in sé, che è eterna, immutabile, divina. Non è una scala di virtù, non è una scala di sefirot, ma è la stessa struttura: un movimento che procede per gradi, che non salta, che parte dal basso e arriva all’alto, che trasforma ciò che sale perché ogni gradino è una purificazione, una concentrazione, un avvicinamento alla meta.

Per l’iniziato che attraversa il passaggio dalla Quarta alla Quinta Soglia, la scala è l’immagine della sua nuova condizione. Non è più nel labirinto, non combatte più con il drago, non è più nell’acqua e nel fuoco. Sta salendo. Ogni gradino è una tappa del cammino, ogni tappa è una conquista, ogni conquista è una trasformazione. Sa che non può saltare i gradini, che ogni gradino deve essere poggiato, che la fretta è nemica dell’ascesa. Sa che la scala non è un’evasione: è un percorso che ha radici nella terra e punta al cielo, e che i gradini sono fatti della stessa sostanza della terra e del cielo insieme.

Ma la scala non è l’unico simbolo dell’ascesa. C’è anche la montagna. La montagna è più antica della scala, più arcaica, più vicina al simbolismo primordiale. La scala è costruita dall’uomo: Giacobbe la vede in sogno, Giovanni Climaco la descrive, la Kabbalah la disegna. La montagna è data. È lì, da sempre. Non è stata costruita: è stata scalata. È il luogo in cui il cielo e la terra si toccano, il luogo in cui l’uomo può avvicinarsi al divino perché il divino si è già avvicinato all’uomo.

Il Monte Sinai è la montagna sacra per eccellenza nella tradizione occidentale. È lì che Mosè riceve la Legge, è lì che il fuoco arde senza consumare il roveto, è lì che la voce di Dio si fa udire. Il Sinai non è un luogo qualsiasi: è il luogo in cui il cielo si apre e la terra ascolta. Salire sul Sinai non è un’escursione: è un’iniziazione. Mosè sale, entra nella nube, resta quaranta giorni e quaranta notti, e quando scende il suo volto è luminoso, e nessuno può guardarlo perché la luce che ha visto lo ha trasfigurato. La montagna non è solo un luogo geografico: è una condizione dell’anima. Chi sale sulla montagna non torna come prima.

Il Monte Olimpo è la montagna degli dèi nella tradizione greca. Non è un luogo accessibile agli uomini, se non in sogno o in mito. Ma l’Olimpo è anche un simbolo interiore: è la vetta dell’essere, il punto in cui l’anima tocca ciò che la trascende. I miti raccontano di eroi che hanno tentato di salire sull’Olimpo e sono stati puniti per la loro hybris. Non si sale sull’Olimpo con la forza: si sale con la grazia, con l’iniziazione, con la morte che è nascita.

Il Monte Meru è la montagna sacra dell’induismo e del buddhismo. È l’asse del mondo, il centro dell’universo, il punto in cui tutti gli dèi risiedono. Attorno al Meru si dispiega l’intero cosmo, e salire sul Meru significa ascendere attraverso tutti i piani dell’essere, attraversare i cieli, toccare il Brahman. Il Meru non è un luogo fisico: è una struttura dell’anima. Chi sale sul Meru sale dentro di sé.

Il Monte Tabor, nella tradizione cristiana, è il monte della Trasfigurazione. Gesù vi sale con Pietro, Giacomo e Giovanni, e lì viene trasfigurato: il suo volto brilla come il sole, le sue vesti diventano bianche come la luce, e una voce dal cielo dice: “Questi è il mio Figlio diletto, ascoltatelo.” Il Tabor è il monte in cui l’umano si rivela divino, in cui la carne diventa trasparente allo spirito, in cui l’uomo che è Dio si mostra per ciò che è. Salire sul Tabor non è un’esperienza che si dimentica: è il culmine di un cammino, la rivelazione che dà senso a tutte le tappe precedenti.

Per l’iniziato martinista, la montagna è il simbolo della Quinta Soglia. Dopo aver lavorato sulla volontà, dopo aver disciplinato i centri, dopo aver rettificato i costumi, dopo aver attraversato il fuoco e l’acqua, l’iniziato comincia a salire. La salita non è facile: la montagna è ripida, il sentiero è stretto, l’aria si fa rarefatta. Ma ogni passo lo avvicina alla vetta. E sulla vetta, sa, non c’è il vuoto: c’è l’incontro. C’è il Maestro Interiore, c’è il Nous, c’è l’Uno. Non come concetti, non come speranze, non come promesse. Come presenza.

La scala e la montagna sono due simboli che si completano. La scala è il percorso graduale, la montagna è la meta. La scala è il lavoro quotidiano, la montagna è la trasfigurazione. La scala è la disciplina, la montagna è la grazia. L’iniziato non può scegliere l’una o l’altra: ha bisogno di entrambe. Ha bisogno della scala per non perdersi nell’entusiasmo, per non credere di essere già arrivato quando è solo all’inizio, per non saltare i gradini che non possono essere saltati. Ha bisogno della montagna per non ridurre il cammino a tecnica, per non dimenticare che ogni gradino è un avvicinamento a qualcosa di più grande di lui, per non smarrire la vertigine dell’ascesa.

Il passaggio dalla Quarta alla Quinta Soglia è proprio questo: il momento in cui la volontà disciplinata si orienta verso l’alto, e il desiderio spirituale autentico prende la forma di un’ascesa consapevole. Non è più la volontà che si esercita su sé stessa, che si misura con l’Ombra, che doma il drago. È la volontà che si tende verso ciò che la trascende, che sale, che cerca. Non è più il desiderio che cerca di placarsi, che si purifica, che si disciplina. È il desiderio che si fa aspirazione, che si fa amore, che si fa preghiera.

L’iniziato che sale la scala e la montagna non è più lo stesso che discendeva nel labirinto. La discesa era necessaria, ma la discesa non è la meta. La purificazione era necessaria, ma la purificazione non è la meta. La disciplina era necessaria, ma la disciplina non è la meta. La meta è l’ascesa. È il movimento verso l’alto che, quando è autentico, è già in sé un tocco del divino. Non si aspetta di arrivare in vetta per incontrare Dio: lo si incontra nel salire, perché ogni gradino, ogni passo, ogni sforzo, è un movimento verso di Lui, ed Egli si fa incontro a chi sale.

La tradizione martinista conosce bene questi simboli. La Scala di Giacobbe è presente nel rito del Cordone, che lega l’iniziato alla catena e gli ricorda che non sale da solo. La montagna è presente nella Maschera, che quando viene tolta rivela il volto dell’essere che ha raggiunto la vetta. I Tre Lumi sono i fuochi che illuminano il sentiero, e il Pentagrammaton è il nome che si rivela a chi ha scalato la montagna. Non sono decorazioni: sono strumenti. L’iniziato che entra nel tempio non assiste a una rappresentazione della salita: sale. La scala che contempla è la scala che percorre. La montagna che vede è la montagna che scala. E quando, dopo aver percorso tutti i gradini, dopo aver scalato tutte le vette, si trova sulla cima, non dice “sono arrivato”. Dice “sono stato portato”. Perché la scala e la montagna, alla fine, non sono più sue. Sono diventate Lui.


Bibliografia per il lavoro interiore

La scala e la montagna costituiscono i due simboli universali dell’ascesa verso il Divino. I testi che seguono accompagnano l’iniziato nella comprensione e nell’utilizzo di questi simboli per il passaggio dalla Quarta alla Quinta Soglia.


Le fonti fondamentali sul simbolismo della scala:


Le fonti fondamentali sul simbolismo della montagna:


I commentari e gli approfondimenti sull’ascesa nelle tradizioni iniziatiche:


Per il collegamento tra scala, montagna e tradizione martinista:

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