O.M.A.T.

Miti e Dei dell’India

Miti e Dei dell'India

Red Edizioni – Como 1996 Collana “Uomini e Dèi” di antropologia e religione diretta da Francesco Paolo Campione 

Introduzione di Grazia Marchiano

Traduzione e Redazione di Verena Hefti 512 p. Rizzoli Editore 2003

Il piacere come esperienza divina

Alain Daniélou, Miti e dei dell’India. I mille volti del pantheon induista (prefazione di Grazia Marchianò), Biblioteca Universale Rizzoli, 500 pagine, euro10,00. 

Induismo, parola d’origine persiana, designa la religione dell’India nelle fasi vedica, brahamanica e induista e talora si riferisce solo a quest’ultima. L’Induismo è una delle più antiche religioni del mondo che data dalla metà del secondo millennio avanti Cristo. È, allo stesso tempo, un modo di vivere e un ordine sociale. L’Induismo, privo di dogmi, ha il suo fulcro nell’indagine e nell’esperienza del mistero divino nell’aspirazione a sfuggire al samsara, al ciclo di rinascite. Daniélou sviluppa in questo importante lavoro – presentato da Grazia Marchianò e con traduzione di Verena Hefti – i mille volti dell’Induismo attraverso sei sezioni impossibili da sintetizzare: La filosofia, Le divinità dei Veda, La Trinità, Shakti l’energia divina, Gli dei secondari, la rappresentazione e il culto degli dei.  Il pantheon induista è costituto da centinaia e centinaia di divinità. Ma in realtà si tratta di attribuiti dell’unico Essere, Energia causale “onnipresente, sorgente e origine di ogni cosa e aspetto del mondo che non può essere espressa in una forma specifica. Per sua natura sta alla base di tutte le forme concepibili e inconcepibili“. L’uomo è in grado di raggiungere “il divino unicamente tramite le sue manifestazioni e quindi per noi esistono tanti dei quanti sono gli aspetti del creato. Gli dei e l’universo sono i due aspetti (le energie coscienti e le forme inconsce) di una molteplicità infinita“.
Così Daniélou spiega il pantheon induista offrendo la chiave per comprendere un’antichissima religione che permeò e permea l’esistenza di centinaia di milioni di esseri umani, assai lontana dalle concezioni occidentali.
Un aspetto fondamentale dell’esistenza, quello della vita sessuale, può essere assunto a indicare l’abisso concettuale che esiste fra quella cultura e la nostra. Si pensi all’adorazione del linga, parola che significa segno, il fallo sorgente di vita, forma attraverso la quale la natura si perpetua. In realtà non è il fallo in sé che viene venerato “ma colui a cui appartiene il fallo, il Progenitore, l’Uomo cosmico. Il fallo è l’emblema, il segno dell’Uomo supremo, Shiva, di cui è l’immagine”.
Per cui ogni “godimento, ogni piacere è un’esperienza del divino. L’universo intero scaturisce dal godimento. La gioia è alla radice di tutto ciò che esiste. Ma l’amore perfetto è quello il cui oggetto non è limitato“. E ancora: “Coloro che non vogliono riconoscere la natura divina del fallo, che non comprendono l’importanza del rito sessuale, che considerano l’atto d’amore indegno e spregevole, oppure una semplice funzione fisica, sono sicuri di fallire nei loro tentativi di realizzazione materiale o spirituale. Ignorare la sacralità del fallo è pericoloso mentre attraverso la sua venerazione si ottiene il piacere e la liberazione“.
Colui che lascia passare la sua vita senza avere onorato il fallo è, in verità, pietoso, colpevole, sfortunato. Se si mette sulla bilancia, da un lato l’adorazione del fallo e dall’altro la carità, il digiuno, i pellegrinaggi, i sacrifici e la virtù, è l’adorazione del fallo, fonte dei piacere e della liberazione e protettore delle avversità, che prevale” (Shiva Purana I,21-23-24 e 26).
Il tema è sviluppato da Alain Daniélou in profondità, al pari di altri dell’Induismo. L’autore – nato nel 1907 e morto nel 1994 – riuscì a penetrare tali concezioni induiste e a interpretarle alla luce della nostra cultura, per essere nato da una famiglia francese attenta ai temi culturali e tra le più in vista del mondo politico e letterario francese. Il padre, di origine bretone, fu più volte ministro della Terza Repubblica; la madre Madaleine Clamorgan, discendente da un ceppo di antica nobiltà normanna, fu donna di grande devozione, fondatrice di un ordine religioso e dei celebri istituti scolastici cattolici Sainte Marie. Il fratello scelse la via sacerdotale e fu nominato cardinale da papa Paolo VI.
Alain Daniélou, prima che studioso delle religioni indiane, fu interessato alla musica: nel 1929 vinse una borsa di studio per una ricerca sulla musica tradizionale algerina. Compì il suo primo viaggio in Oriente nel 1932, stringendo amicizia con il celebre poeta Tagore e altri personaggi di quel mondo. Si trasferì in India nel 1937, dapprima come responsabile della Scuola di musica dell’Università Visva-bharati. Studiò alla scuola di alcuni grandi maestri indiani e apprese perfettamente l’hindi e il sanscrito, approfondendo su testi originari la conoscenza delle filosofie e delle religioni indiane. Fu nominato professore dell’Università Hindu di Benares, della quale divenne anche direttore dal 1949, pubblicando numerosi libri e intrattenendo corrispondenza con personaggi della cultura indiana e occidentale. Nel 1954 si trasferì a Madras dove fu chiamato a dirigere la Biblioteca dei manoscritti e delle edizioni sanscrite di Adyar. All’inizio degli anni Sessanta, le mutate condizioni politiche e culturali dell’India e la convinzione di dover divulgare in Occidente il patrimonio ideologico dell’Induismo, lo indussero a tornare in Europa, fondando a Berlino nel 1963 e nel 1969 a Venezia, l’Istituto internazionale di Studi comparativi della musica. L’Unesco gli affidò la direzione di numerose collane di musica orientale e tradizionale occidentale. L’Università di Berlino gli conferì il titolo di professore emerito e a Parigi vennero organizzati solenni festeggiamenti pubblici per il suo ottantesimo compleanno. Lasciò alla Fondazione Cini di Venezia la sua collezione di antichi manoscritti musicali indiani.
I mille volti del pantheon induista.
Miti e Dèi dell’India è una miniera di informazioni sugli inesauribili segreti della più antica e seguita religione indiana: quella che gli occidentali hanno chiamato induismo e che gli indù chiamano la legge eterna.
Note di Copertina
Il sacro indiano si squaderna a Daniélou come un Grande Codice di segni, gesti, sapori, suoni, divisati per concentrare la mente su astrazioni vertiginose.” (Grazia Marchianò)

Dall’anticipazione:
Un testo di riferimento indispensabile per conoscere e capire La spiritualità indù.
Poche religioni appaiono a noi occidentali complicate e complesse come quella antichissima dell’India. Dèi innumerevoli, saghe complicate, cerimonie apparentemente incomprensibili. In questo libro Alain Daniélou, uno dei maggiori orientalisti del secolo scorso, che visse per ben venticinque anni nel Subcontinente, ci spiega come le migliaia di divinità che affollano il pantheon indiano sono in realtà soltanto personificazioni di qualità e attributi di un unica Dio che si manifesta nei molti: onnipresente e onnipervadente, ma pur sempre Uno e a quell’Uno tende l’universo intero.

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