O.M.A.T.

Introduzione a Louis Claude de Saint Martin

L’Ecce Homo e il Nuovo Uomo

presentati in sintesi

Ecce Homo fu scritto e pubblicato nel drammatico periodo della Rivoluzione Francese. Prima che questa esplodesse, e precisamente nel 1788, de Saint Martin era stato a Strasburgo dove grazie alla sua cara amica Madame Charlotte de Boecklin e a Rodolphe de Salzmann[1] venne a conoscenza delle opere di Jacob Böhme. Lo studio e l’approfondimento degl’insegnamenti di quest’ultimo avranno sin dall’inizio su di lui un’importanza straordinaria, in quanto gli riveleranno ciò che il suo primo maestro Martinez de Pasqualis gli aveva soltanto fatto intravedere.

Infatti L’Uomo di Desiderio, apparso nel 1790, proprio a seguito dell’influenza su di lui esercitata dall’opera di Jacob Böhme sarà più volte rivista e ristampata fino alla stesura definitiva del 1802. Mentre dell’opera Il Nuovo Uomo, pubblicata nel 1792, nonostante l’elevatezza dei suoi contenuti, secondo quanto ci riferisce il suo amico e discepolo J. B. M. Gence[2], l’autore confessò che se al tempo in cui l’aveva scritta avesse pienamente conosciuto il pensiero del Böhme, l’avrebbe scritta diversamente.

Ma ritorniamo al periodo della stesura delle due opere in oggetto; era il periodo in cui imperversavano i disordini e l’anarchia, determinati dalla caduta del dispotismo della monarchia e dal difficile ristabilimento dei valori umani e sociali. In questo grande caos il nostro autore assolse ai suoi doveri di cittadino, prestando tra l’altro servizio nella guardia nazionale, ma ebbe modo nel contempo di mantenere vivi i suoi interessi per la scienza dello spirito, non solo dedicandosi alla scrittura ma tenendo anche una corrispondenza epistolare su temi cari al suo spirito con il barone Kirchberger, membro del consiglio sovrano di Berna, e tramite quest’ultimo, con i suoi amici di Strasburgo, prevalentemente sui testi di Böhme e sulla sua propria dottrina che andava sviluppando nei propri scritti. L’Ecce Homo, apparsa contemporaneamente al Nuovo Uomo, fu composta per prima e a provarlo sta il fatto che il nostro autore usava apporre sempre, come introduzione ai propri scritti, una frase come epigrafe tratta dal suo scritto immediatamente precedente; e infatti per Ecce Homo è tratta da L’Uomo di Desiderio, mentre per il Nuovo Uomo è tratta da Ecce Homo.

Ecce Homo fu scritto a Parigi con l’intento di mostrare a quale grado di bassezza sia caduto l’uomo a causa della sua debolezza, e con il proposito di guarirlo dalla tendenza a tutto ciò che lo conduce al meraviglioso, ossia a tutti quegli aspetti dell’esoterismo d’ordine inferiore quali ad esempio il sonnambulismo, la chiromanzia e tutte le profezie in genere che a suo tempo imperversavano e che purtroppo imperversano ancora. Va notato che de Saint Martin, come riferisce Gence[3], aveva come obiettivo particolare una sua cara amica, la duchessa di Bourbon, la quale pur essendo un modello di virtù e di pietà, amava abbandonarsi a questa seduzione per il meraviglioso.

L’uomo secondo il nostro autore è un pensiero di Dio pur non essendo il pensiero in assoluto, e perciò un segno e una testimonianza della sua realtà vivente; ma muovendosi in una dimensione che non è quella della sua origine, egli è un segno purtroppo diverso da quello che avrebbe dovuto essere, e cioè è il segno dal titolo avvilente di Ecce Homo, e la sua vita conseguentemente ha il compito di evidenziargli la sua degradazione; e in questa degradazione si riduce alla crudele necessità di non più offrire se non una manifestazione opposta a quella che si era attesa da lui, e che invece d’essere il testimone della gloria e della verità, diviene il testimone dell’obbrobrio e della menzogna; ed è per questo che i sacerdoti, gli oratori, i filosofi e i legislatori, ricorrendo al loro pensiero discorsivo, anziché al loro pensiero intellettuale e perciò dello spirito, allontanandoci dalla verità, ci inducono a legarci sempre più alla visione dualistica di questo mondo fenomenico.

Quindi con toni apocalittici descrive alcune conseguenze nefaste dell’opera del nostro grande Nemico, ossia del principio del male, il quale per conquistarci si serve perfino di certe profezie dei Sacri Testi.

Importante è pure il richiamo che egli fa a guardarci da certe false missioni e dai falsi ministri della chiesa, colpevoli di non aver governato i popoli, com’egli dice, con l’amore ancor più che con la giustizia, di aver abbandonato il titolo di pastori allorché si trattava di condurli al pascolo, per investirsene solamente al momento di abbandonarli al dente assassino o di divorarli essi stessi.

Ma non bisogna scoraggiarsi, esistono ancora dei ministri di Dio che seguono le tracce dei veri profeti, e soprattutto la santa carità del Riparatore e dei suoi apostoli. Uniti a questi uomini scelti, seguendo il loro insegnamento, potremo pervenire attraverso gli umili sentieri della condizione di Ecce Homo, che nel frattempo avremo imparato ad accettare in tutte le sue accezioni, alla meta della nostra rigenerazione.

Veniamo ora al Nuovo Uomo, scritto a Strasburgo nel 1790, su suggerimento del Cav. Silverhielm, anziano elemosiniere del Re di Svezia e nipote del celebre Swedenborg. L’idea fondamentale di questo scritto è che l’uomo porta in sé una specie di testo, di cui la sua vita intera dovrebbe esserne lo svolgimento, in quanto, come l’autore aveva già affermato in Ecce Homo, l’anima dell’uomo è primitivamente un pensiero di Dio; pertanto per rinnovarci dobbiamo, rientrando nella nostra vera natura, pensare attraverso il nostro proprio Principio e impiegare i nostri pensieri come altrettanti organi per operare questo rinnovamento, senza di che non potremmo più dire di essere un pensiero di Dio, bensì il frutto del nostro stesso pensiero annientando così colui dal quale otteniamo la nostra natura. Da questa grande verità risulta qual è la nostra destinazione e cioè che la causa finale della nostra esistenza non può essere concentrata in noi, ma dev’essere relativa alla sorgente che ci genera come pensiero per operare al di fuori di lei, poiché questo pensiero del Dio degli esseri e perciò questo noi, ovvero il nostro io, dev’essere la via per cui deve passare la Divinità, così come noi ci introduciamo nei nostri pensieri perché colgano il fine di cui essi sono l’espressione, e perché, come dice de Saint Martin, ciò che è vuoto di noi divenga pieno di noi.

Penetrando quindi profondamente nella conoscenza e nella natura di noi stessi diverremo rigenerati nel nostro pensiero per poi rigenerarci anche nella nostra parola, in quanto in origine l’uomo era contemporaneamente un pensiero ed una parola del Dio degli esseri; e questa è la meta a cui devono tendere i nostri sforzi se vogliamo ritrovare in noi il nuovo uomo.

Perché avvenga però bisognerà essere penetrati ed attraversati nel nostro pensiero, nella nostra parola e nella nostra opera, dal Dio sofferente nel suo pensiero, nella sua parola e nella sua opera, prima che ci penetri nel suo splendore e nella sua gloria; allora avverrà in noi la concezione e la nascita del figlio. Le pagine in cui il nostro autore descrive questo evento ci richiamano alla memoria quanto Maestro Eckhart[4] ci dice a proposito della nascita interiore del figlio nel fondo dell’anima, riproponendo quanto accadde per la nascita del Cristo; e sono, quelle di Saint Martin, pagine stupende in cui si parla dell’annuncio della venuta in noi dello Spirito Santo, della purificazione nel nostro corpo, nella nostra anima e nel nostro spirito ad opera delle tre vergini, riacquistando così quella triplice verginità necessaria perché la nostra concezione del nuovo uomo si compia in noi; e così si compirà il cerchio delle cose per coloro che avranno saputo lasciar entrare in essi il Dio sofferente.

Ma è fondamentale che noi si dica alle nostre facoltà, pensare, sentire e volere: «Lazzaro alzati», come il Riparatore disse al fratello di Marta e Maria davanti al suo sepolcro; e allora soltanto, con il risveglio di queste tre fondamentali facoltà della nostra anima potremo far sì che il neonato a cui lo spirito viene a dare la luce in noi possa adempiere il suo ministero in questo quaternario. In questo scritto, come del resto in quasi tutte le sue opere, continui sono, da parte dell’autore, i richiami sia al Vecchio che al Nuovo Testamento, e ciò con l’intento di svelarne certi significati particolari e sostenere quindi certe sue argomentazioni circa l’impegno ed il lavoro a cui siamo chiamati perché l’evento della nascita del nuovo uomo in noi abbia luogo.

Notevole è inoltre il frequente ricorso a determinate espressioni o termini di tipo biblico; ad esempio usa il termine «le nazioni» non solo per indicare i popoli della terra, ma anche per indicare tutte le sostanze, da lui definite tenebrose, menzognere e illusorie, come lo erano le nazioni empie che popolavano le terre di Canan, le quali agiscono nella forma corporea dell’uomo, che pertanto diviene terra di maledizione, ed è qui che il nuovo uomo è chiamato per il suo ministero.

Per completare questa introduzione alle due opere, vorrei far notare come esse, unitamente all’opera che le precede, L’Uomo di Desiderio, e quella che poi sarà pubblicata nel 1802, Il Ministero dell’Uomo Spirito, costituiscano ciò che potremmo definire un percorso iniziatico in cui l’iniziazione non è di tipo virtuale, qual è quella conferita dagli uomini, bensì conferita dal mondo spirituale e perciò reale.

Questo percorso indicato dalla successione stessa di queste opere è in stretta relazione con i tre colori alchemici, nero, rosso e bianco, anche se il processo dall’uno all’altro, in Alchimia, ha una cadenza diversa e cioè nero, bianco e rosso; ma vedremo che in sostanza la cosa non modifica alcunché.

Nei suoi scritti, in particolare nelle opere Il Nuovo Uomo e Il Ministero dell’Uomo Spirito, il nostro autore parlando dell’uomo usa l’espressione uomo del torrente, volendo indicare così la condizione dell’uomo in questo basso mondo, dopo la sua caduta, cioè dell’uomo che strappato dal centro della foresta fra i quattro fiumi, in cui originariamente era stato posto, viene sballottato come un tronco d’albero dalle acque vorticose di un torrente, fra i tanti massi e le sue sponde.

Ebbene, nel momento in cui l’uomo del torrente sente in sé il richiamo della foresta da cui proviene, ossia sente di aver perduto qualcosa che lo legava a un mondo siderale, diviene allora un uomo di desiderio. È solo da questo momento che inizia perciò il suo percorso iniziatico. Pertanto, sostenuto dalle sue tre facoltà dell’anima: pensare, sentire e volere, affronta il primo gradino di questo percorso iniziatico, dando inizio alla discesa nel suo interiora terrae, ossia alla nigredo o opera al nero per prendere coscienza, attraverso la meditazione e la preghiera, della sua condizione di ecce homo.

Superato questo primo gradino ha inizio in lui, sempre sostenuto dalle forze delle sue facoltà dell’anima, l’opera al rosso, ossia la rubedo. In effetti, come de SaintMartin ci descrive in alcune stupende pagine del cap. 49 del Nuovo Uomo, dedicato alla vera preghiera, nell’Ecce homo si accende il fuoco interiore, sviluppato dal dolce soffio della Saggezza, che va a bruciare nel suo athanor le scorie della sua personalità, pervenendo così alla condizione di nuovo uomo, il quale convertito in una preghiera attiva fa sì che le sue tre facoltà, pensare, sentire e volere riacquistino i diritti della loro destinazione originale.

Eccoci quindi giunti alla terza e definitiva fase dell’opera, ossia dell’opera al bianco o albedo. Nel cap. 51 del Nuovo Uomo de Saint Martin ci parla di come questi, ad imitazione del Cristo, salga sulla montagna con le sue tre facoltà restituite alla loro destinazione originale, così come il Cristo vi salì con i tre apostoli (Pietro, Giacomo e Giovanni), e qui il nuovo uomo passa attraverso la sua propria Trasfigurazione personale, e appare alle sue tre facoltà come agli apostoli apparve il Cristo con il volto raggiante e le vesti bianche come la neve fra Mosè ed Elia, e realizza perciò la sua nuova condizione di uomo spirito, di vero iniziato, ossia come l’autore lo definisce[5] di operaio del Signore a cui è assicurata la vita e la luce, quand’anche fosse morto e sepolto nel più profondo degli abissi[6].

È importante notare, parlando delle tre facoltà dell’uomo pensare, sentire e volere, come queste nelle condizioni non solo di uomo del torrente, ma gradualmente anche di uomo di desiderio e di ecce homo non posseggano quei diritti della loro destinazione originale di cui abbiamo detto; in effetti il nostro pensiero nella condizione in cui siamo, è un pensiero di tipo razionale espresso in forma dialettica, condizionato perciò dai sensi, così come il nostro sentire è condizionato dai nostri istinti, per cui è necessario applicarsi ad un lavoro interiore fatto di concentrazione e di meditazione sostenuti da una volontà solare, per rendere puro il nostro pensiero, ossia perché divenga predialettico e perciò vivente come quello dell’Essere primo e quello della Causa attiva ed intelligente[7]. Si tratta quindi di un pensiero che nasce dall’io e che per conseguenza sgorga direttamente dalla profondità dell’anima senza alcuna mediazione cerebrale, e che va direttamente nella zona toracica ove darà luogo ai pensieri del cuore in un sentire divenuto così anch’esso puro e perciò non più dominato dai nostri istinti.

Infine è da evidenziare come sia la volontà la facoltà prima per realizzare quanto abbiamo detto, e quindi per riacquistare la nostra reintegrazione, poiché, come dice Louis Claude de Saint Martin, è per la nostra volontà che siamo precipitati nel torrente della vita di questo basso mondo, e soltanto per la nostra volontà potremo rioccupare il centro della foresta.

 

NOTE

[1] Rodolphe de Salzman: grande conoscitore dei mistici della seconda metà del XVIII sec., e particolarmente della mistica testamentaria e della dottrina del Böhme, della quale sembra possedesse la chiave; chiave che poi avrebbe trasmesso a Louis Claude de Saint Martin.

[2] J.B.M. Gence, Nota biografica su Louis Claude de Saint Martin, Parigi, Stamperia De Migneret, rue du Dragon, n° 30, 1 settembre 1824.

[3] Vedi nota precedente.

[4] Maestro Eckhart, Trattati e prediche, edizioni Rusconi, Milano.

[5] L.C. de Saint Martin, Il Ministero dell’Uomo Spirito,  prima parte: Della Natura.

[6] L.C. de Saint Martin, Quadro naturale dei rapporti che esistono tra Dio, l’uomo e l’universo, cap. 22.

[7] L.C. de Saint Martin, Degli Errori e della Verità,  partizione 4 cap.;

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