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Filosofia
Advaita vedânta e metafisica platonica
L'Advaita Vedânta è il Vedânta (compimento dei Veda) della Non-Dualità, solitamente considerato il vertice della spiritualità indù, poiché per la sua universalità non intende contrapporsi alle altre correnti ortodosse (darshana, cioè punti di vista), ma le "comprende" e le rispiega a partire da un angolo visuale più ampio.
Il Platonismo è l'espressione più completa della Metafisica nell'Occidente tradizionale, e come tale ha permeato per molti secoli la civiltà greco-latina, più tardi influenzando anche i settori della Cristianità meno fideistici e più sensibili a valide istanze realizzative. Il suo influsso nel Sufismo è stato ancor più considerevole, non a caso in tali ambienti Platone viene onorato quale "imam della sapienza".
Advaita Vedânta e Platonismo sono per lo più accostati ai nomi di Shankara e Platone, quasi come se essi fossero gli escogitatori di tali dottrine; in realtà, tali dottrine sono radicate in tradizioni preesistenti, ed essi furono semplicemente importanti interpreti o codificatori di esse, al pari dei Saggi delle Upanishad, di Gaudapâda, dei successori di Shankara, al pari di Licurgo, di Pitagora, di Plutarco, di Porfirio, di Giuliano Imperatore, ecc.
In quanto massime espressioni della Sophia Perennis, Advaita Vedânta e Platonismo presentano straordinarie convergenze sulle nozioni fondamentali, talvolta espresse con formulazioni diverse, che in ogni caso si lumeggiano a vicenda. Ci soffermeremo su alcune importanti convergenze, tra cui quelle sotto segnalate, che contrassegnano l'a-b-c della Metafisica in quanto tale.
La funzione dei miti e dei simboli: l'approccio "esoterico" ad essi è indispensabile per oltrepassare le ristrettezze del letteralismo, tipico della religiosità inaridita, poiché non vivificata da istanze d'ordine intellettivo e metafisico.
Platone, Shankara e i rispettivi discepoli hanno denunciato apertamente l'attaccamento insipiente alla semplice lettera dei testi sacri e degli antichi miti, così come il ritualismo incompreso. È noto che Platone ha fatto un uso magistrale dei miti per supportare l'intuizione della dottrina, mentre Shankara ha commentato in modo altrettanto magistrale i simbolismi vedici. La denuncia di cui sopra è importante anche oggi, considerando lo stato d'ottusa solidificazione in cui versano le forme religiose attuali.
Non-dualità: tale espressione vuole indicare che la metafisica, in quanto apertura all'Infinito, è esente da Dualità, da contrapposizioni rigide e da qualsiasi riduzionismo unilaterale (cioè da qualsiasi tentativo di ridurre la ricchezza del reale ad un solo termine).
Infinito: cioè il Reale per eccellenza, che in quanto tale nulla lascia fuori di sé e che quindi sussume qualsiasi altra realtà, necessariamente parziale e finita; esso è detto anche Brahman nirguna (cioè senza qualità limitative), Âtman, Sé, Bene (v. Platone), Uno sovraformale (v. Plotino e Porfirio)...1
Come aprirsi all'infinito? Tale apertura è il senso ultimo di qualsiasi sâdhanâ (disciplina, sentiero realizzativo). L'esistenza ordinaria è "prigionia", poiché incatenata al Finito, cioè alle Forme limitative (ego, ricchezza, oggetti di consumo etc.); la disciplina del Non attaccamento è premessa indispensabile per superare l'attaccamento incatenante, che spinge a dare valore assoluto a ciò che è relativo, il quale diventa così sovrapposizione velante (Mâyâ, Upâdhi, le Ombre della caverna di Platone).
Aspetti della disciplina realizzativa: le varie scuole possono utilizzare metodi molto diversi, tuttavia permangono alcune linee generali, compendiabili nella nozione di Purificazione (dall'ego, dal contingente). In questo contesto, emergono sostanziose analogie tra le Virtù cardinali del Platonismo e le regole ascetiche vedantine, supporti indispensabili per una trasformazione interiore salvifica e pacificante (metànoia).
Buddhi-nous: nel processo d'espansione coscienziale rivolto all'Infinito, vengono messe in gioco le diverse capacità conoscitive, tra le quali esiste una gerarchia non arbitraria: in ultima analisi, essa poggia sui diversi gradi d'apertura coscienziale connessi alle varie facoltà. Buddhi per il Vedânta, Nous per il Platonismo, occupano il vertice di tale gerarchia perché capaci, almeno in potenza, di un'apertura totale (il mito della caverna di Platone esemplifica in modo insuperabile quanto sopra).
Il conoscere sovraindividuale: ovviamente, qualsiasi trasformazione spirituale ha come punto di partenza l'individuo, considerato nella sua globalità corporea e animica. In tale stadio iniziale, è giocoforza che l'io tenda a privilegiare le facoltà meramente individuali (sensi, manas, ragione ...), capaci di una conoscenza per lo più egocentrica o comunque antropocentrica, poiché funzionale ai calcoli dell'io o di certi gruppi umani. Tuttavia, nel corso dell'itinerario realizzativo, ciò che inizialmente prevaleva, viene via via ridimensionato a favore di un'istanza universale sovraindividuale (Sé, Atman, Intelletto universale, Buddhi ...).
Contemplazione e realizzazione: solo il sostare dell'anima, cioè il permanere nel silenzio interiore, nella sospensione mentale esente da desideri-attaccamenti-passioni-turbamenti... , permette l'esperienza contemplativa quale sguardo disinteressato e distaccato sull'essere, non condizionato dagli intenti manipolativi che caratterizzano le esperienze ordinarie e quelle della tecno-scienza (che appartengono al dominio di manas-ragione). L'esperienza contemplativa può allargarsi e volgersi all'Assoluto, non nel senso che l'Assoluto diventi oggetto di conoscenza: essendo Infinito, non può diventare "oggetto" di qualcos'altro, altrimenti non sarebbe tale. Solo l'Infinito può conoscere l'Infinito. La coscienza buddhica-noetica, in quanto capace d'espansione totale, può sperimentare l'Infinito in quanto lo realizza interiormente.
Yoga, cioè Unione o Identità suprema con l'Infinito-universale, è il fine ultimo della metafisica vedantina e platonica (e di qualsiasi metafisica in quanto tale).
Coscienza cosmica-universale: il saggio realizzato si colloca stabilmente nello stato di pura coscienza osservante, di puro testimone (Âtman, Intelletto sempre in atto) di ciò che i mortali considerano gli eventi del mondo. Lo sguardo cosmico del saggio è impassibile-inamovibile; lo sguardo dei mortali è sempre fluttuante, iperagitato, selettivo: essi focalizzano certi contenuti a discapito di altri, assecondando l'instabilità delle preferenze del momento; essi scrutano con inquietudine l'apparire e lo scomparire degli enti, in base alle loro particolari esigenze, che comportano necessariamente la polarità attrazione-repulsione, piacere-dolore (di qui la mancanza di universalità e la presenza di Dualità-Dvaita a vari livelli).
Equanimità: la coscienza pura di cit-intelletto sempre in atto, essendo eterna apertura universale, è Accogliente nei riguardi di qualsiasi Ente, senza preclusioni; in tale posizione coscienziale, o anche solo in prossimità ad essa, in luogo dell'attrazione-repulsione, o di altre polarità consimili, appare l'Equanimità, congiunta ad un proporzionato grado di beatitudine (ananda), nella misura in cui nessun evento può alterare l'imperturbabilità dell'osservatore equanime, che è tale poiché trascende qualsiasi forma di contrapposizione dualistica (il compimento perfetto di tale trascendimento coincide con il Nirvana, in quanto estinzione del soffio agitante)2.
Note
1- Nei manuali liceali e universitari, troviamo a questo proposito quasi sempre incredibili distorsioni interpretative, che impediscono una corretta comprensione della dottrina.
2- Certamente, si potrà obiettare che tale orizzonte realizzativo appare inattingibile, non essendo alla portata delle esistenze ordinarie intrappolate nella caverna-mâyâ, e quindi nei flussi delle polarità oppositive; tuttavia, poiché vi sono diversi gradi di condizionamento e di decondizionamento, ognuno dovrebbe chiedersi: Qual è la cosmicità della mia apertura coscienziale? Qual è la consistenza dei miei attaccamenti? Di quanta equanimità sono capace nei riguardi degli esseri umani e non umani? La semplice risposta a queste domande procura una consapevolezza che può garantire ulteriori sviluppi e favorire la dialettica ascensiva di quel "pensiero alato" che conduce all'Iperuranio, là dove sono piantate le nostre radici (v. Timeo90 a-b) e quelle dell'intera vita cosmica (v. Katha Upanishad, II, VI, 1).
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Introduzione a Platone di Paolo Scroccaro |
La quantità di saggi e commenti alle sue opere, l'ammirazione e la venerazione che fin dall'inizio gli è stata tributata, ma anche l'accanimento con cui è stato criticato, sono indici dell'importanza che Platone ha avuto ed ha ancora per il pensiero occidentale. Nella sua opera si ritrovano tutte le tematiche della filosofia: dall'etica alla politica, dalla religione all'economia, dalla medicina alla fisica, dalla psicologia all'astronomia. Questo anche grazie al fatto che il dipartimentalismo specialistico che affligge il pensiero moderno era alieno ad una mentalità secondo la quale la cultura doveva essere globale e interdisciplinare, valori che da qualche anno a questa parte si stanno riscoprendo.
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Filosofia e Sapienza: Le radici del platonismo di Paolo Scroccaro |
In genere, la storiografia moderna e contemporanea interpreta la filosofia greco-italica basandosi sui pregiudizi evoluzionistici correnti, ormai divenuti una specie di norma inappellabile, senza considerare minimamente il punto di vista degli antichi.
Che cosa pensavano della nascita della filosofia i suoi maggiori esponenti? Quali furono i rapporti con le epoche precedenti? Per rispondere, niente di meglio dell'autorevole testimonianza di Platone.
«Si dice che Pitagora sia stato il primo a chiamare se stesso filosofo, non limitandosi a introdurre questo nuovo nome, ma spiegandone l'effettivo significato [...]. La Sapienza è un reale sapere intorno al Bello, al Primo e al Divino sempre identici a se stessi, di cui le altre cose partecipano. La filosofia è invece desiderio di siffatta contemplazione speculativa. Bello è pertanto anche questo sforzo interiore di formazione spirituale, che per Pitagora contribuisce all'emendazione degli uomini»1.
La definizione riportata da Giamblico a proposito di Pitagora, può ben applicarsi anche al pensiero di Platone, il quale nelle sue opere mostra di condividere il modo pitagorico di intendere il rapporto Filosofia-Sapienza. I numerosi riferimenti presenti nei Dialoghi alludono ad una Sapienza arcaica, originaria, che sarebbe compito delta filosofia riscoprire e far rivivere. Non a caso, Platone parla degli "antichi, che erano più valenti di noi e vivevano più vicino agli dei"2, aggiunge inoltre che essi ci hanno tramandato la rivelazione secondo cui ogni cosa porta in sé connaturato illimite e limite: si tratta di un aspetto della dottrina tradizionale dell'integrazione degli opposti, di cui si dovrà parlare in un'altra occasione. Qui basterà ricordare che l'esemplificazione particolarmente significativa fornita nel Filebo chiarisce che tale importante dottrina, essendo stata tramandata, non può essere un prodotto della filosofia greca, la quale si limita a raccogliere e rivalutare un insegnamento ben noto a coloro che dimoravano nei pressi degli dei.
Si potrebbero proporre molti altri esempi del genere, i quali abbondano nelle opere platoniche, e a volerlo fare non c'è che l'imbarazzo della scelta. Per il momento ci limiteremo a richiamare quanto si dice nel Timeo (III, 22 B):
«Ma uno di quei sacerdoti, che era molto vecchio, disse: o Solone, voi greci siete sempre dei fanciulli, e un greco vecchio non esiste. [...] Voi siete tutti giovani d'anima, perché in essa non avete riposto nessun insegnamento di antica tradizione, nessun insegnamento canuto per l'età".
Qui si narra che il grande Solone abbia incontrato i sacerdoti egizi di Sais, e abbia riconosciuto la loro superiorità spirituale, sottolineata da uno di quei sacerdoti stessi, il quale contrappone l'insegnamento tradizionale all'anima greca, giovane e inesperta se confrontata con quella egizia, saggia e matura. Il brano è interessante perché, oltre a confermare quanto abbiamo sostenuto in precedenza, indica esplicitamente l'Egitto come culla della Sapienza, considerazione questa che può avvalorare la discussa ipotesi del viaggio di Platone in Egitto, notizia per altro riportata senza alcuna esitazione da Diogene Laerzio nel III libro delle Vite dei filosofi.
In ogni caso è fuor di dubbio il prestigio riconosciuto all'antica cultura egizia, riconoscimento questo del tutto normale nelle scuole gravitanti nell'orbita pitagorica, dato che Pitagora stesso avrebbe appreso le dottrine esoteriche soprattutto nel corso dell'iniziazione presso i sacerdoti egizi.
Tale supremazia viene attestala anche nell'Epinomide, dove si ricordanoEgitto e Siria come esempi di civiltà superiori, che seppero fondare la loro vita su una adeguata visione dei fenomeni cosmici,
«ed è da quei paesi che tali osservazioni si sono poi diffuse ovunque, anche qui, dopo un'infinita serie di anni"3.
Qui si fa notare, ancora una volta, il carattere arcaico di conoscenze che poi sono state diffuse anche in altre aree, oltre a quelle originarie.
Detto questo, non è nostra intenzione assolutizzare il ruolo dell'antico Egitto come fonte di Sapienza, dato che i dialoghi presentano una grande ricchezza di riferimenti, non tutti e non sempre riconducibili alla civiltà egizia; in ogni caso, pur nella loro varietà, essi confermano la realtà di una dimensione sapienziale preesistente, articolantesi secondo varie modalità.
Non possiamo che sottoscrivere le belle parole del Colli, là dove dice che
«Platone guarda con venerazione al passato, a un mondo in cui erano esistiti i sapienti [...]. Amore, della Sapienza non significa, per Platone, aspirazione a qualcosa di mai raggiunto, bensì tendenza a recuperare quello che già era stato realizzato e vissuto".4
In base a quanto sopra esposto, il platonismo non risulta essere una filosofia originale che si affianca ad altre forme di pensiero, come volentieri immaginano i moderni, ossessionati dalla ricerca della novità capace di giustificare una storia della filosofia che si vuole evolutiva a tutti i costi; al contrario esso emerge quale momento fondamentale di recupero e rivitalizzazione di dottrine appartenenti a varie correnti tradizionali del passato. La creatività di Platone è data dalla geniale capacità di ricomprenderle (almeno in parte) e reinserirle in un sistema di pensiero organico ed aperto nello stesso tempo, con tutte le difficoltà che un'impresa di tal genere comporta; da questo punto di vista, l'Accademia continua ed integra l'attività delle scuole pitagoriche, che già prima di Platone avevano impostato un progetto orientato in tale direzione.
Del resto, a guardare la storia del pitagorismo, anche dopo Platone riesce impossibile trovare una netta linea di demarcazione, non la si ritrova nemmeno nelle opere platoniche, le quali evidenziano di continuo linguaggi, contenuti personaggi vincolati alla cerchia orfico-pitagorica, che quindi per la formazione del platonismo appare importante non meno di Socrate.
Come si può facilmente intuire, l'interesse di Platone per i libri di Filolaopitagorico, era tutt'altro che esteriore; lo stesso dicasi per quanto riguarda i rapporti con il sodalizio di Archita, a Taranto. Tra gli amici di Socrate, condannato a morte, non a caso figurano Simia e Cebete, già discepoli di Filolao (essi restano ad Atene per tutto il periodo processuale, fino all'esecuzione).
Fedone racconta la morte di Socrate al pitagorico Echecrate. Il pitagorico italico Timeo dà il nome all'omonimo dialogo, che è certamente uno dei più importanti. Per quanto concerne i principali insegnamenti, quasi tutte le opere platoniche presentano evidenti riferimenti all'Orfismo e al Pitagorismo: ciò vale per la concezione della medicina, le dottrine dell'anima, del risveglio spirituale, delle idee, dell'integrazione degli opposti, della purificazione e della contemplazione...
Egizi, orfici e pitagorici non sono i soli referenti di Platone, molti altri se ne possono ricordare, tra cui la Sparta licurgica, il sacerdote Abaris, scita iperboreo, Zalmoxis di Tracia, Minosse legislatore di Creta, il culto diApollo ed Asclepio, e quello della Quercia.
Gli esempi citati non esauriscono minimamente l'argomento, ma almeno danno un'idea della varietà multiforme delle fonti platoniche, una rassegna delle quali esigerebbe uno studio a parte, data la loro grande ricchezza. A questo proposito aggiungiamo un'ultima rapida annotazione: spesso Platone si ricollega a tempi lontani ormai poco conosciuti, ed infatti nelle sue opere compaiono con insistenza elementi del passato appartenenti a dimensioni che sfuggono alle consuete ricerche storiografiche; non per questo essi possono essere sottovalutati, data l'importanza che rivestono per chi voglia avvicinarsi al Platonismo e più in generale alla filosofia classica.
Occorre invece riuscire a valorizzarli e riconoscere in essi le origini sapienziali del Platonismo stesso: di esso ci si vieta la comprensione, qualora ne vengano dimenticate le radici. Platone getta squarci di luce su mondi spesso inaccessibili allo storico: proprio per questo la do*****entazione inconsueta che ci fornisce merita un sovrappiù di attenzione, data la preziosa rarità delle informazioni e l'autorevolezza eccezionale della testimonianza.
Platone utilizza ripetutamente elementi mitici quali vie di accesso a quei mondi tradizionali che costituiscono l'humus fecondo del suo stesso filosofare; utilizza elementi mitici per suscitare la comprensione di quei contenuti sapienziali che dovrebbero costituire il fine di ogni autentica ricerca filosofica. Così facendo, egli propriamente non inventa nulla: piuttosto, riporta alla luce ciò che stava retrocedendo nell'oblio e nel far questo è stato impareggiabile, stimolando il risveglio di un'intera civiltà in via di assopimento e dando forma a quel movimento di pensiero e vita che possiamo chiamare Filosofia Classica.
Note
1- Giamblico, La vita pitagorica, XII, 58-59.
2- Filebo, VI, 15 C-D.
3- Epinomide, 987.
4- G. Colli, La nascita della filosofia, pagg. 13-14.
