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Red Edizioni - Como 1996 Il piacere come esperienza divina Il pantheon induista è costituto da centinaia e centinaia di divinità. Ma in realtà si tratta di attribuiti dell'unico Essere, Energia causale "onnipresente, sorgente e origine di ogni cosa e aspetto del mondo che non può essere espressa in una forma specifica. Per sua natura sta alla base di tutte le forme concepibili e inconcepibili". L'uomo è in grado di raggiungere "il divino unicamente tramite le sue manifestazioni e quindi per noi esistono tanti dei quanti sono gli aspetti del creato. Gli dei e l'universo sono i due aspetti (le energie coscienti e le forme inconsce) di una molteplicità infinita". Così Daniélou spiega il pantheon induista offrendo la chiave per comprendere un'antichissima religione che permeò e permea l'esistenza di centinaia di milioni di esseri umani, assai lontana dalle concezioni occidentali. Un aspetto fondamentale dell'esistenza, quello della vita sessuale, può essere assunto a indicare l'abisso concettuale che esiste fra quella cultura e la nostra. Si pensi all'adorazione del linga, parola che significa segno, il fallo sorgente di vita, forma attraverso la quale la natura si perpetua. In realtà non è il fallo in sé che viene venerato "ma colui a cui appartiene il fallo, il Progenitore, l'Uomo cosmico. Il fallo è l'emblema, il segno dell'Uomo supremo, Shiva, di cui è l'immagine". Per cui ogni "godimento, ogni piacere è un'esperienza del divino. L'universo intero scaturisce dal godimento. La gioia è alla radice di tutto ciò che esiste. Ma l'amore perfetto è quello il cui oggetto non è limitato". E ancora: "Coloro che non vogliono riconoscere la natura divina del fallo, che non comprendono l'importanza del rito sessuale, che considerano l'atto d'amore indegno e spregevole, oppure una semplice funzione fisica, sono sicuri di fallire nei loro tentativi di realizzazione materiale o spirituale. Ignorare la sacralità del fallo è pericoloso mentre attraverso la sua venerazione si ottiene il piacere e la liberazione". "Colui che lascia passare la sua vita senza avere onorato il fallo è, in verità, pietoso, colpevole, sfortunato. Se si mette sulla bilancia, da un lato l'adorazione del fallo e dall'altro la carità, il digiuno, i pellegrinaggi, i sacrifici e la virtù, è l'adorazione del fallo, fonte dei piacere e della liberazione e protettore delle avversità, che prevale" (Shiva Purana I,21-23-24 e 26). Il tema è sviluppato da Alain Daniélou in profondità, al pari di altri dell'Induismo. L'autore - nato nel 1907 e morto nel 1994 - riuscì a penetrare tali concezioni induiste e a interpretarle alla luce della nostra cultura, per essere nato da una famiglia francese attenta ai temi culturali e tra le più in vista del mondo politico e letterario francese. Il padre, di origine bretone, fu più volte ministro della Terza Repubblica; la madre Madaleine Clamorgan, discendente da un ceppo di antica nobiltà normanna, fu donna di grande devozione, fondatrice di un ordine religioso e dei celebri istituti scolastici cattolici Sainte Marie. Il fratello scelse la via sacerdotale e fu nominato cardinale da papa Paolo VI. Alain Daniélou, prima che studioso delle religioni indiane, fu interessato alla musica: nel 1929 vinse una borsa di studio per una ricerca sulla musica tradizionale algerina. Compì il suo primo viaggio in Oriente nel 1932, stringendo amicizia con il celebre poeta Tagore e altri personaggi di quel mondo. Si trasferì in India nel 1937, dapprima come responsabile della Scuola di musica dell'Università Visva-bharati. Studiò alla scuola di alcuni grandi maestri indiani e apprese perfettamente l'hindi e il sanscrito, approfondendo su testi originari la conoscenza delle filosofie e delle religioni indiane. Fu nominato professore dell'Università Hindu di Benares, della quale divenne anche direttore dal 1949, pubblicando numerosi libri e intrattenendo corrispondenza con personaggi della cultura indiana e occidentale. Nel 1954 si trasferì a Madras dove fu chiamato a dirigere la Biblioteca dei manoscritti e delle edizioni sanscrite di Adyar. All'inizio degli anni Sessanta, le mutate condizioni politiche e culturali dell'India e la convinzione di dover divulgare in Occidente il patrimonio ideologico dell'Induismo, lo indussero a tornare in Europa, fondando a Berlino nel 1963 e nel 1969 a Venezia, l'Istituto internazionale di Studi comparativi della musica. L'Unesco gli affidò la direzione di numerose collane di musica orientale e tradizionale occidentale. L'Università di Berlino gli conferì il titolo di professore emerito e a Parigi vennero organizzati solenni festeggiamenti pubblici per il suo ottantesimo compleanno. Lasciò alla Fondazione Cini di Venezia la sua collezione di antichi manoscritti musicali indiani. I mille volti del pantheon induista. Miti e Dèi dell'India è una miniera di informazioni sugli inesauribili segreti della più antica e seguita religione indiana: quella che gli occidentali hanno chiamato induismo e che gli indù chiamano la legge eterna. Note di Copertina "Il sacro indiano si squaderna a Daniélou come un Grande Codice di segni, gesti, sapori, suoni, divisati per concentrare la mente su astrazioni vertiginose." (Grazia Marchianò)
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